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Un mestiere impossibile in Italia? La mamma. Fa l’equilibrista, e se resta incinta perde il lavoro

Il Rapporto di Save the Children: tutti gli indicatori sui sostegni alla maternità peggiorano. Pochi asili. Zero aiuti per gli anziani. Scarsa collaborazione dei padri. E il vuoto di uno strano senso di colpa.

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INCENTIVI PER LE MAMME CHE LAVORANO

C’è un mestiere che in Italia diventa ogni giorno più difficile: la mamma. Una conferma a questa certezza arriva da un Rapporto di Save the children con 11 indicatori (dagli asili al sostegno alla maternità) che misurano la qualità di questa particolare condizione. Ovunque l’Italia arretra. E lo fa anche in regioni dove il sostegno alle mamme che lavorano è sempre stato molto sostenuto, come nel caso dell’Emilia-Romagna.  E le mamme vengono così definite “equilibriste”, si barcamenano tra lavoro, prima famiglia (dove c’è qualche genitore o nonno da accudire) e seconda famiglia (marito e figli).

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ESSERE MAMMA IN ITALIA

In Italia mancano, nella misura giusta, nell’efficacia e nella continuità necessarie, le misure che pure esistono in tutti i paesi civili del mondo a sostegno delle mamme, specie quando devono anche lavorare e in più farsi carico delle famiglie di provenienza, di un genitore anziano o malato, di un suocero o una suocera non autosufficienti. Pensate: il 25 per cento delle mamme italiane perde o lascia il lavoro dopo la gravidanza, e quelle che resistono si ritrovano a guadagnare il 20 per cento in meno di prima. Vi sembra che con questi numeri ci sia ancora qualcosa da festeggiare nel giorno dedicato alla celebrazione della mamma?

DIFFICOLTÁ PER LE MAMME IN ITALIA

La coperta del nostro welfare è sempre corta, e non si può avere l’illusione demagogica di mettere in campo una politica attiva per le donne e per le famiglie dalla mattina alla sera. Al netto di tanta retorica, di tanti partiti e partitini che vantano presunte credenziali, pure bugie, a favore della famiglia, magari solo per ingraziarsi qualche gerarchia del Vaticano, la realtà nuda e cruda è che l’Italia da anni ormai fa parte del gruppo di paesi dell’Unione europea con gli interventi più bassi e scadenti a favore della famiglia e della conciliazione (a favore delle donne) tra gli impegni familiari e il lavoro. In questo gruppo, per capirci, ci sono paesi come la Bulgaria, l’Estonia e la Grecia. Con tutto il rispetto per loro, non è proprio una bella compagnia in cui ci ritroviamo. Piuttosto siamo nel perimetro degli sprechi di opportunità, di vitalità e di benessere per l’intero sistema Italia.

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INCENTIVI AL LAVORO PER DONNE IN GRAVIDANZA

I vari governi, negli ultimi anni, hanno cercato, con un’azione di taglia e cuci, di prevedere risorse a vario titolo, bonus, agevolazioni, detrazioni, sconti, e altro ancora, per le famiglie e per le donne. Mi sembra però tutto molto frammentato, e mi viene il sospetto che si voglia così strizzare l’occhio a singoli gruppi, magari per strappare qualche consenso elettorale in più. Tra l’altro, a fronte di bonus che entrano, almeno in teoria, in questa logica del taglia e cuci, ci sono anche bonus che saltano, in pratica. Sono scomparsi all’orizzonte, per esempio, i 600 euro di finanziamento per le tate e per le badanti, eppure sono preziosi. E non funziona come dovrebbe il congedo parentale per i papà.

AIUTI ECONOMICI PER DONNE IN GRAVIDANZA

Ma senza entrare eccessivamente nel merito di ciascun provvedimento, tagliato e cucito, resta un errore di fondo, di metodo che governo e Parlamento rischiano di fare. In un paese, come l’Italia, dove la spesa pubblica per la famiglia è pari a meno della metà di quella dei francesi e degli inglesi e in generale della media Ue, dove il 25 per cento delle madri lasciano o perdono il lavoro dopo la gravidanza, dove invece per le pensioni di vecchiaia si spende (3.700 euro a testa) più di tutti i paesi europei, serve qualcosa di molto più forte e più radicale per sostenere famiglie e donne che devono conciliare lavoro e carichi familiari.

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MAMME EQUILIBRISTE

Servono soldi per aprire asili, interventi per renderli disponibili, quando invece sono solo sulla carta. Servono soldi, e non parole, per una politica coordinata e coerente che sostenga, dai servizi alla casa, dall’accesso al credito al fisco, in modo chiaro, forte e visibile, famiglie e donne. E serve coinvolgere di più i padri che lavorano negli obblighi domestici e nel lavoro di genitori. Non è un caso se l’occupazione femminile in Italia riguarda solo il 46 per cento delle donne fino a 64 anni, rispetto al 60 per cento della media Ue e al 70 per cento della Germania, una nazione dove, e non è una coincidenza, l’economia gode di buona salute. L’Italia è un paese di donne, ma non più pensato, governato e amministrato per le donne: e da questo tunnel non si esce a colpi di mance e di piogge di mini-contributi. Infine, c’è da segnalare il paradosso finale: 8 mamme che lavorano su dieci dichiarano di avere sensi di colpa per la mancanza del tempo da dedicare al marito ed ai figli. In conclusione: le mamme lavorano di più, rischiano in licenziamento se sono incinta, guadagnano di meno, fanno meno carriera. E alla fine hanno anche i sensi di colpa. Non vi sembra davvero troppo?

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