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Il Sole sta bene, l’energia solare malissimo

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Il Sole in queste settimane sta dando spettacolo: grandi gruppi di macchie, protuberanze, brillamenti: dopo una lunga titubanza, il nuovo ciclo di attività sta decollando, facendo prevedere la punta più alta nel corso del 2012. Dunque il Sole sta bene, è in gran forma. Oggi però non vorrei occuparmi del Sole dal punto di vista astronomico ma piuttosto dal punto di vista ambientale, economico, e politico. Cioè del Sole come fonte di energia. E l’energia solare sta malissimo. Dal punto di vista ambientale, l’energia solare, sia termica (pannelli per fare acqua calda) sia fotovoltaica (pannelli al silicio per produrre direttamente elettricità), è tra le più pulite e, se gli impianti sono collocati in modo intelligente, anche la meno invasiva. In Italia c’è ancora molto da fare per svilupparla. Basta un dato: in Germania il solare fotovoltaico vale 52 gigawatt installati, in Italia alla fine degli incentivi in corso saremo tra 7 e 8 gigawatt. Dal punto di vista economico, è in una fase molto importante perché grazie agli incentivi sta ormai per raggiungere la soglia oltre la quale potrà sostenersi da solo. Togliere adesso gli incentivi è come azzoppare l’anatra che sta per spiccare il volo. In ogni caso stiamo parlando di un settore che nel 2010 ha fatturato 40 miliardi e dà lavoro a circa 120 mila italiani.

Dal punto di vista politico, stiamo vivendo una fase di grande confusione. L’attuale governo di recente con il “Decreto milleproroghe” (un nome che dovrebbe far arrossire chi lo presenta) ha praticamente azzerato i provvedimenti di sostegno al solare, mettendo in pericolo altri 120 mila posti di lavoro, aumentando in prospettiva la dipendenza energetica dell’Italia e peggiorando le prospettive ambientali. Il pasticcio è stato sancito da un altro decreto del 3 marzo 2011.

Ovviamente c’è stata una sollevazione popolare per rimuovere il tetto di 8 gigawatt (in pratica già raggiunto) previsto dal “Decreto milleproroghe”, e ora si assiste ad un ripensamento. Dato che tuttavia la nebbia non si è ancora diradata, è meglio che i fautori del solare aspettino a cantar vittoria.

In ogni modo, se qualcosa si è ottenuto (o si otterrà) si deve al fatto che migliaia di cittadini hanno preso l’iniziativa e si sono rivolti direttamente al presidente della Repubblica Napolitano per chiedergli di intervenire, visto che l’interlocutore naturale, cioè il governo, fingeva di non sentire o è affaccendato in altre faccende che ben conosciamo.

Al presidente della Repubblica Napolitano (e per conoscenza al presidente del Consiglio Berlusconi e ai ministri Romano, Prestigiacomo e Sacconi, è stata indirizzata nei giorni scorso la lettera che riproduco qui sotto nelle parti salienti.

“Signor Presidente,
il Decreto Legislativo recante attuazione della Direttiva 2009/28/ce del Parlamento Europeo e del Consiglio del 23 aprile 2009 sulla promozione dell’uso dell’energia da fonti rinnovabili, approvato dal Consiglio di ministri del 3 marzo 2011, rappresenta di fatto una scelta di rilevanza strategica e di carattere definitivo per l’indirizzo energetico e il futuro complessivo del nostro Paese. Nonostante che non fosse possibile per il Governo stabilire in modo esplicito l’abbandono del percorso delle energie rinnovabili per il nostro Paese, le conseguenze delle disposizioni approvate sono di enorme portata e irreversibili, segnando di fatto la fine della straordinaria esperienza che ha portato l’Italia in tre soli anni ai primi posti nel mondo per diffusione e impiego delle fonti di energia rinnovabili, prime tra tutte le fonti solari ed eolica.

L’introduzione di una improvvisa, inattesa e vicinissima interruzione del regime di incentivazione agli impianti solari fotovoltaici, adottato dallo stesso Governo soltanto il 6 agosto scorso e in vigore da appena due mesi, i vincoli oggettivamente e definitivamente ostanti alla realizzazione di impianti fotovoltaici sul terreno, l’introduzione di una quota annuale contingentata di potenza fotovoltaica incentivabile, la soppressione dell’obbligo per i produttori e gli importatori di energia elettrica di ricorrere in percentuali crescenti a produzioni da fonti rinnovabili e, conseguentemente, la perdita di valore delle produzioni elettriche in particolare dalla fonte eolica e dalle biomasse, costituiscono da sole misure sufficienti a decretare la fine delle iniziative e la cancellazione ex lege dell’intero comparto delle energie rinnovabili.

Sarebbe stato sufficiente mantenere salda la rotta per pochi anni ancora, nei quali per altro le entrate fiscali assicurate dalle migliaia di aziende e dalle centinaia di migliaia di occupati a vario titolo e ruolo nel settore delle energie rinnovabili garantiscono già oggi risultati straordinari per le finanze dello Stato, e alla metà di questo decennio lo sviluppo tecnologico avrebbe consentito di eliminare per sempre qualsiasi forma di incentivazione finanziaria.

Nonostante che i regimi di incentivazione, che per altro non hanno mai pesato sulle finanze pubbliche e meno di altri Paesi come la Germania, assai meno soleggiata dell’Italia, sulle bollette elettriche dei cittadini, abbiano sortito tutti gli effetti sperati, dalla diminuzione dei prezzi a un contributo al fabbisogno elettrico nazionale cresciuto del 10% in tre anni, alla riduzione delle emissioni di gas serra, alla maggiore indipendenza del Paese dalle importazioni di combustibili fossili, grazie al lavoro di centinaia di migliaia di addetti e – unico settore – non risentendo della crisi economica e finanziaria, nonostante tutti questi meriti il Governo ha ritenuto di eliminare in un colpo le condizioni anche minime di sopravvivenza del comparto delle energie rinnovabili.

La strada imboccata, della distruzione di un settore vitale e avanzatissimo dell’economia nazionale, ricco di iniziative imprenditoriali, di occupazione qualificata e di vantaggi per l’intera collettività nazionale, è una strada senza ritorno i cui unici esiti possibili sono un’ipoteca gravissima sul futuro del nostro Paese e delle giovani generazioni e, fin da subito, una inutile, immotivata e pericolosissima catastrofe sociale ed economica.

Si muovono già, nei confronti del Decreto Legislativo in oggetto, pesanti rilievi di incostituzionalità quali l’eccesso di delega assunto dal Governo e il contrasto assoluto con la Direttiva Europea soggetta ad attuazione, tuttavia gli inevitabili ricorsi non potranno cancellare quel senso di precarietà e incertezza che fin dalle prime notizie hanno determinato letteralmente la fuga dagli investimenti e dai progetti già avviati.”