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Il riciclo adesso è chic

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di Paola Cortese

Riproporre a cena gli avanzi del pranzo, rigirare la fodera della giacca, mettere una bella toppa di velluto sui ginocchi dei pantaloni. Comportamenti che per i nostri nonni erano normali e che i nostri padri, in tempi di boom economico, hanno abbandonato, giudicandoli un po’ da “pezzenti”. Ma che nel XXI secolo tornano alla riscossa. Usa e getta? Mai più. Il trend del momento è il riuso. Non solo perché con la crisi economica i nostri portafogli si sono svuotati. Ma anche perché sprecare ha smesso di essere chic ed è diventato irrimediabilmente cafone. In nome di un rispetto per l’ambiente e per coloro che hanno meno di noi. La civiltà opulenta non ha più bisogno di dare uno schiaffo alla miseria.

La parola d’ordine, insomma, è riciclare. Per buttare via c’è sempre tempo. Perfino per i prodotti in scadenza del supermercato. Andrea Segrè, preside della Facoltà di Agraria dell’Università di Bologna, ha fondato Last Minute Market, società per il recupero a fini solidali dei beni invenduti e per la prevenzione della formazione dei rifiuti. Ha appena presentato “Il libro nero dello spreco in Italia, il cibo”. Ricorda che ogni anno vengono buttati nella spazzatura 12 miliardi di prodotti alimentari, in grado di sfamare ¾ della popolazione italiana. E fa notare che la nostra mania, al supermercato, di scartare i prodotti con la data di scadenza più vicina, è una di quelle che più inducono a produrre tonnellate di rifiuti. Bastano piccole accortezze quotidiane. Come quella di evitare di riempire i carrelli con alimenti che tanto si sa già che andranno nella pattumiera.

Uno dei protagonisti storici del recupero, in Italia dall’89, è il Banco Alimentare, che pesca nelle eccedenze della Comunità europea, della grande distribuzione, della ristorazione di mense e scuole, della filiera ortofrutticola. Anche il cibo fresco, di seconda scelta ma non rovinato, e, grazie a una legge del 2003, chiamata “del buon samaritano”, perfino il cibo cotto, purché venga mantenuta la catena del freddo grazie a uno speciale abbattimento della temperatura. Un apposito furgoncino refrigerante viene utilizzato per trasportare il cibo nell’arco delle 24 ore. “Siamo una macchina da guerra” scherza Francesco Lovali, addetto stampa del Banco Alimentare. E spiega: “Abbiamo notato un aumento della solidarietà dei nostri partner negli ultimi anni. E’ intuibile che agli operatori delle mense converrebbe buttare via il cibo in eccedenza, invece che conservarlo. Tutto il tempo che impiegano per svolgere le procedure di confezionamento e conservazione è il loro dono a chi è meno fortunato”. L’anno scorso il Banco ha recuperato 76mila tonnellate di cibo destinate a 8500 strutture, tra mense e case famiglia, per un totale di 1 milione e mezzo di poveri.

Un altro aspetto del “non spreco” è quello che affiora negli “swap party”, incontri di signore decisamente non povere che si scambiano abiti firmati e non. Perché, appunto, qui il portafoglio c’entra poco. “Si tratta anche di risparmiare, ma soprattutto è un cambiamento di mentalità – dice Grazia Pallagrosi, giornalista e ideatrice dell’Atelier del riciclo – è un fenomeno di costume e anche di moda. I capi che vengono scambiati devono essere pulitissimi, perfetti. A volte arrivano col cartellino ancora attaccato. Le scarpe non possono essere scambiate se sono state indossate più di una volta”. Qui c’è quasi un amore per l’oggetto che non si usa più, si cerca qualcuno che abbia voglia di conservarne e rinnovarne lo spirito. “E’ interessante che abbiano cominciato le signore milanesi – nota Pallagrosi – e ne hanno giovato i loro armadi, zeppi di vestiti, che hanno preso finalmente aria”. E poi ci si diverte. Il baratto dopo tutto è un’occasione di incontro con persone diverse da te ma in fondo simili. Si beve un aperitivo e si approfitta per scambiare, oltre ai vestiti, anche una risata.

Non è irrilevante che anche il mondo della moda abbia annusato l’aria nuova. E se sulle passerelle impazzano i modelli cuciti con i materiali più svariati, c’è Ilaria Venturini Fendi, rampolla di uno dei marchi del lusso mondiale, che ha creato una linea, Carmina Campus, orientata proprio a “salvare i rifiuti dai rifiuti”. Sono borse, accessori, mobili che utilizzano materiali di riciclo. Una parte della produzione avviene in Africa, dove donne degli slum o delle aree rurali utilizzano scarti di tende da safari o dei ricoveri dei rifugiati, o i ritagli dei drappi con cui si avvolgono i guerrieri Masai. Ma alla creatività del riuso non c’è limite: i tappi del Campari possono diventare dei ferma-zip e i sacchi neri della spazzatura rinforzano le strutture interne delle borse. In fondo è il ritorno della creatività, unita alla economia domestica, della vecchia massaia, che sapeva far rivivere gli scampoli e ricavare squisite minestre dagli avanzi di carne. Nel solco del vecchio motto del chimico Lavoisier, “nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma”, che dal 700 torna a darci una lezione di saggezza.