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Gli Usa vogliono le mani libere sul clima

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«Non è cambiato nulla». Per gli Stati Uniti, l’impegno promesso dalla Cina a compromettersi in un accordo a medio-lungo termine, legalmente vincolante, è soltanto un bluff. Non usa questo termine, Todd Stern, inviato da Obama a Durban per negoziare gli interessi nazionali alla Conferenza delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici. Ma, alla fine di una lunga riunione con la controparte cinese, il messaggio statunitense è inequivocabile: niente di nuovo, tutto come prima, tra i giocatori, «the players», attorno al tavolo. E cioè, per quello che li riguarda, gli Usa non hanno partecipato e non parteciperanno al Protocollo di Kyoto, che considerano più che mai obsoleto, e non vogliono nemmeno sentir parlare di «road map» («Ce ne sono già fin troppe per il mondo» commenta Stern in conferenza stampa): quel tragitto che, secondo le Nazioni Unite e l’Unione Europea, dovrebbe portare a firmare entro il 2015 un impegno mondiale legalmente ineludibile a prendere provvedimenti per frenare il riscaldamento globale e mantenerlo sotto i 2 gradi (in media).

VINCOLI – Gli Stati Uniti ovviamente non intendono, con questo, sostenere che non faranno la loro parte per ridurre le emissioni di biossido di carbonio, principalmente responsabili del cambiamento climatico, ma non vogliono vincoli legali se altri paesi altrettanto responsabili dell’inquinamento non li sottoscrivono. E la Cina è in testa alla classifica per emissioni globali (sebbene non pro capite).

CONCLUSIONE SOTTOTONO – Il giorno dell’inaugurazione dell’alto livello della Conferenza, quello a cui partecipano capi di stato e di governo, ministri e sottosegretari di 193 paesi e dell’Unione Europea, la risposta americana, unita all’annuncio ufficiale del Canada, che si accinge ad abbandonare in anticipo sulla scadenza (dicembre 2012) il Protocollo di Kyoto, lasciano presagire una conclusione modesta della 17esima Conferenza delle parti. Un barlume di speranza su una possibile svolta era stato dato proprio dall’affermazione del capo delegazione cinese, Xie Zenhua, secondo cui Pechino sarebbe disposta a firmare un trattato internazionale legalmente valido per il 2020. Un impegno che gli Usa ritengono indispensabile per fare altrettanto. Ma la «partita» cino-statunitense, in mattinata, si è conclusa con un nulla di fatto.