Faggi più antichi del mondo - Non sprecare
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Sul Massiccio del Pollino, i faggi più antichi del mondo. Il segreto della loro longevità? La crescita lenta, ma costante

Chi va piano va sano e va lontano. Non è solo saggezza popolare, nel caso degli alberi è una certezza scientifica. Come Michele, faggio di 622 anni che vive sul massiccio del Pollino così anziano anche per le condizioni climatiche difficili e rigide

I faggi più antichi del mondo sono in Italia. Più precisamente sul Massiccio del Pollino, oasi naturalistica e boschiva dell’Appennino Meridionale. Li ha scovati un team di esperti guidati dal professor Gianluca Piovesan, ordinario di Ecologia Forestale all’Università della Tuscia. La scoperta è stata pubblicata sulla rivista Ecology, ed è stata finanziata dal Ministero dell’Ambiente con il contributo del MIUR per un progetto di ricerca sulle montagne italiane.

 

FAGGI PIÙ ANTICHI DEL MONDO

Il metodo scientifico utilizzato dalla squadra di Piovesan è la dendrocronologia, cioè la misurazione degli anelli del tronco, studiati asportandone piccole sezioni. Ognuno rappresenta circa un anno di vita dell’albero. Con questo metodo si può dunque datare con precisione la durata della vita dell’albero, ma grazie all’osservazione dello spessore delle sezioni del tronco si possono capire le condizioni climatiche in cui la pianta si è formata.

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COME SI CALCOLA L’ETÀ DEGLI ALBERI

Se, ad esempio, il clima durante il periodo di formazione di un anello presenta temperature favorevoli e abbondanti precipitazioni, l’anello sarà più spesso. All’opposto, se le condizioni sono sfavorevoli, si avranno anelli meno spessi.

Scoprire, studiare e preservare i vecchi alberi è una priorità assoluta per lo sviluppo sostenibile e la biodiversità, ed è proprio per questo che gli studi del professor Piovesan si sono concentrati su un faggeto vetusto di alta montagna per ricostruire modelli di crescita negli alberi ad elevata longevità.

faggi più antichi del mondo

Faggi centenari. A sx troviamo Michele, faggio di 622 anni. Fonte: profilo Twitter della rivista Ecology)

ANTICHE FAGGETE ITALIANE

Il sito dello studio, situato nel Parco Nazionale del Pollino, in Basilicata, è molto vicino alla parte più meridionale della rete UNESCO delle faggete antiche e primordiali d’Europa. In un sito così imponente e variegato, la storia della crescita individuale dei faggi è molto variabile: un albero può impiegare da uno a sette secoli per raggiungere una dimensione imponente, maggiore dei 60 cm di diametro, e le caratteristiche del sito del Pollino hanno fatto sì che i faggi crescessero in maniera lenta e regolare. Proprio questa crescita lenta e generale, a lungo termine, è risultata essere un prerequisito per l’estrema longevità degli alberi.

Sul Pollino si è potuto osservare la relazione negativa tra incremento medio del tronco ed età dell’albero: semplificando, se un albero cresce in maniera lenta e graduale, con ritmo minore e minore incremento, solitamente è meno alto e più vecchio, e vi si riscontrano età dei tronchi maggiori di 600 anni. Le condizioni climatiche non facili del Pollino e più in generale degli ambienti montani mediterranei hanno permesso una maggiore longevità dei faggi. I faggi più antichi e a crescita lenta sono caratterizzati da corone spezzate e altezze stentate a causa delle condizioni ambientali difficili. Come Michele, faggio di 622 anni, chiamato così in ricordo di un illustre botanico italiano del diciannovesimo secolo, Michele Tenore.

“Alberi più corti, come quello che abbiamo chiamato Michele – età della radice maggiore di 622 anni- sono generalmente meno vulnerabili agli estremi climatici, conferendo loro una maggiore possibilità di una lunga vita ” dice Piovesan.

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FAGGI PIÙ ANTICHI DEL MONDO NEL PARCO DEL POLLINO

In più, i vecchi alberi costituiscono dei veri e propri archivi naturali per ricostruire la storia dell’ambiente, e nel faggeto del Parco del Pollino, ma nei  grandi faggeti in generale, gli ostacoli climatici creano habitat per gli insetti saproxilici, quelli cioè, per semplificare, che vivono nel legno morto e se ne nutrono. Tra questi, la specie Osmoderma eremita, un coleottero europeo limitato alle zone di sradicamento di alberi cavi e attualmente in via di estinzione. Una cosa è certa: il nostro paese è pieno di riserve di flora e fauna, di oasi naturali ricche di vita che andrebbero tutelate. La conservazione e il ripristino del paesaggio boschivo selvaggio del Parco Nazionale del Pollino e più in generale del patrimonio forestale e arboricolo italiano è una priorità per combattere la perdita della biodiversità.

(Photo credits immagine in evidenza: Gianluca Piovesan)

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