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Eccellenze napoletane, solo andata

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Una napoletano eccellente nel mondo non e’ una rarita’. Chiunque abbia una buona esperienza di viaggi all’estero sa bene che ovunque, in qualsiasi citta’, in qualsiasi paese, in qualsiasi continente, si trovano comunita’ di emigranti napoletani che hanno raccolto successi, riconoscimenti e gratificazioni. Ricordo, durante la mia esperienza di lavoro a Milano, un cenacolo di napoletani che si riuniva una volta al mese per mangiare una pizza. Erano tutti pezzi forti dell’establishment, integrati perfettamente in un sistema dove le capacita’ venivano riconosciute e le opportunita’ non mancavano. Una sera il giornalista Gino Palumbo, grande firma di testate del Nord, notando la curiosita’ con la quale osservavo gli emigranti di successo, mi sussurro’ all’orecchio: Guardali bene, uno per uno?. E pensa se fossero rimasti a Napoli: magari non avrebbero neanche un lavoro, oppure sarebbero altrettanto famosi, ma per qualche notizia di cronaca nera?.
Di fronte alle eccellenze napoletane che ieri sono state premiate per iniziativa dell’Unione industriali, e’ difficile distinguere la soddisfazione per la buona notizia dalla rabbia per il successo ottenuto soltanto attraverso la rinuncia alle proprie radici. Come se il destino avesse chiamato queste persone a un gioco della monetina: testa o croce, resistere, nell’anonimato e nell’impotenza, o fuggire verso traguardi altrimenti impossibili. Essere uomini e donne affermati, classe dirigente a pieno titolo, ma a distanza di sicurezza da una citta’ che, intanto, si impoverisce di energie e di talenti. Tra i premiati ci sono giovani professionisti che oggi hanno la responsabilita’ di importanti strutture sanitarie di livello internazionale, come Giancarlo Buccafusca, capo del Centro per l’invecchiamento della Fondazione Lundbecke a Parigi e Copenhagen, e Pasquale Giordano, primario di chirurgia del Whipps Cross University Hospital di Londra. Ve li immaginate a Napoli? Dovrebbero fare la fila nella segreteria di qualche assessore per mendicare un posto in ospedale, o dovrebbero infilarsi nel tunnel dei concorsi universitari truccati per uno strapuntino di ricercatore. Ci sono donne. Come Antonella Di Pietro, vice presidente di Kenzo e Francesca Ratti, segretario generale aggiunto del Parlamento Europeo, che sono arrivate ai vertici di aziende e di istituzioni senza compromessi, e solo grazie ai loro meriti, a quella marcia in piu’ di cui i napoletani sono forniti dalla nascita, unico antidoto per non sprofondare nella palude locale.
Quando andiamo fuori, quando dobbiamo misurarci con il mondo reale, ci liberiamo. Il distacco non e’ mai indolore, la nostalgia riaffiora come la piu’ struggente delle malattie endemiche di un emigrante: eppure lontano dalla citta’ dove la precarieta’ e’ definitiva e il confine tra il lecito e l’illecito sbiadito, le nostre energie si moltiplicano. E’ una sfida che non vogliamo perdere, una rivincita con il destino dell’appartenenza a un popolo condannato a una vita opaca. Cosi’ diventiamo eccellenti, dimostrando che altrove e’ possibile quanto nella propria citta’ appare irraggiungibile. Non ci sono vie di mezzo tra due gesti radicali, l’abbandono per giocare ad armi pari la partita con le incognite della vita e il restare per testimoniare una scommessa al confine dell’eroismo. Sarebbe bello se i napoletani eccellenti nel mondo che, ripeto, sono veramente tanti, riuscissero a formare una rete, anche solo per dare sostegno a chi ha deciso di continuare la sua avventura umana e professionale dove e’ nato, magari mosso dall’utopia di cambiare qualcosa. In fondo, i piu’ eccellenti sono loro, quelli che riescono a fare bene il proprio lavoro, spesso in anonimato, in una citta’ dove la normalita’ sembra scomparsa dall’orizzonte delle cose possibili.