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Creativi fai-da-te

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In Europa, capita spesso di rassegnarsi a riconoscere una novità quando negli Stati Uniti è già diventata cultura dominante. E in America ci si accorge che una tendenza è ormai realtà quando viene consacrata da un acronimo.
Come è successo con il Diy, ovvero il do it yoursel che ha improvvisamente conquistato questa dignità, impossessandosi di un’intera generazione. E l’ossessione del fai-da-te è confermata anche dal sito-enciclopedia Wikihow, strutturato sul modello di Wikipedia: un progetto collaborativo finalizzato a costruire un manuale gratuito del "Come si fa".
Sarà merito la crisi economica che rende più attenti alle spese e più propensi al recupero, all’invenzione, alla manualità. In ogni caso, ormai, il fai-da-te non è più un hobby, ma uno stile di vita, sul modello di quello proposto dagli hippy negli anni Settanta in segno di rivolta verso la società dei consumi. L’arte di arrangiarsi è diventata infatti cultura di massa: lo dimostrano, per esempio, il minore utilizzo di artigiani a domicilio (sempre più cari) per le riparazioni domestiche e la moda sempre più diffusa di coltivare l’orto sul balcone di casa.

Scambiarsi consigli in rete

In Italia, gli appassionati di fai-da-te si riuniscono in rete e si scambiano consigli. E da questa tendenza sta sviluppando un vero e proprio mercato.
Ne è un esempio Etsy, la più grande piazza virtuale completamente dedicata alle creazioni fatte a mano da artisti e artigiani. Cinque milioni di iscritti, 724 milioni di visitatori al mese e un profitto complessivo non trascurabile. A fondarlo è stato Rob Kalin, 29 anni, che ha preso in prestito dal latino l’espressione "et si" ("e se…").
Una rivoluzione che gli americani definiscono Pro-Am, cioè dei professional amateur, i dilettanti professionisti. A raccontarla ha contribuito il documentario di Faythe Levine Handmade Nation, nazione fatta a mano, che racconta la storia di questi "artigiani ribelli", impegnati a creare con le proprie mani in ogni settore, dalla botanica allo sport, dal design alla gioielleria, dalla fotografia al software.
Questa contro-rivoluzione industriale nata dal basso ha travolto anche la moda: le vere Etsy-aholic leggono ogni giorno la newsletter quotidiana sul meglio delle creazioni di design (Etsy Finds), di moda (Etsy Fashion), fino ai must have per un matrimonio (Etsy Weddings). Una comunità planetaria di creativi più o meno esperti, uniti dal file rouge del confronto e dello scambio di idee, dove gli stessi acquirenti possono entrare direttamente in contatto con i designer per chiedere personalizzazioni o proporre idee.

Riappropriarsi di uno status symbol…

 

«Chi non vuole comprare eticamente può produrre eticamente». Suona così il motto dei tanti siti e forum tutorial esplosi negli ultimi tre anni per suggerire soluzioni creative antispreco su come riutilizzare abiti e oggetti e renderli ancora attuali a costo zero. Lo propongono siti come Diy fashion, Whatthecraft, Diy or die, A quilting sheep e ancora Indiecraftexperience e Les Mads.
Oltre che la filosofia Pro Am questi siti promuovono una sorta di appropriazione proletaria di status symbol. Per spiegare il fenomeno non si può prescindere da un caso in particolare: la scorsa primavera, le fashion addicted più scaltre hanno copiato spudoratamente gli accessori della collezione Miu Miu tempestata di rondini, gatti e colletti.
Sui siti dedicati al do it yourself ma anche su molti fashion blog, veniva spiegato come ricavare un colletto da una camicia vintage qualunque, ottenere la stampa delle fantasie originali, portarla sulla carta trasferibile e quindi attaccarla, col ferro da stiro, sul colletto rimesso a nuovo (clicca qui per un esempio).

…e riprodurre accessori firmati a costo zero

Lo stesso meccanismo è servito per riprodurre gioielli di Tatty Divine, cappelli di Missoni, accessori di Delfina Delettrez, abiti di Chloè, camicie di Valentino. Ma, senza nulla togliere al successo riscosso tra i diyer dal colletto di seta Miu Miu , non c’è dubbio che il marchio più attaccato da questi artigiani rivoluzionari è Chanel.
Il logo di mademoiselle Coco, il suo basico bianco&nero, sono il classico status symbol, iconico ed essenziale: troppo facile da copiare per non provarci. Ma più che di imitazione, bisogna parlare di ispirazione e ri-codificazione di un simbolo passe-par-tout. Un’ossessione che non risparmia gli smalti Chanel in edizione limitata, diventati un tormentone.
Cresce ora l’attesa per Riva, il nuovo colore presentato a Saint-Tropez per la collezione Chanel Cruise 2011. Questo azzurro, che sarà disponibile dal primo dicembre e forse solo nella boutique Chanel di Parigi, ha scatenato i diyer della cosmetica. Su nylonmag.com spopola già la formula magica per ottenerlo miscelando diversi smalti: sei parti di un bianco opaco, due parti del Bert’s Blue di Brucci e una parte del Blue Me Away di Sally Hansen’s Xtreme Wear.