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Moda green: quando un tessuto può dirsi ecologico

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I marchi del tessile che hanno scelto di produrre abiti ecologici e che rispettano anche i diritti dei lavoratori sono sempre più numerosi. Lo ha confermato l’ultima edizione della Berlin Fashion Week, tenutasi dal 18 al 21 di gennaio scorso, dove a questo tema sono stati dedicati cinque saloni – Ethical Showroom, Green Showroom, EcoShowroom, Showfloor Berlin e In Fashion. Ma quali caratteristiche deve avere un capo d’abbigliamento per essere definito ecologico?

La scelta della natura – Oltre alle materie prime naturali, come cotone, lino, canapa, iuta, seta e lana, un indumento ecologico rispecchia anche caratteristiche legate alle tinture, che non sono sintetiche e inquinanti, al tipo di lavorazione e alle finiture. Inoltre può provenire da materiali di riciclo e da produzioni artigianali locali, meno impattanti sull’ambiente.

Questione di fibre – Secondo il rapporto «Well dressed?» dell’Institute for manifacturing dell’Università di Cambridge se il cotone utilizzato nel settore fosse solo biologico il pesante contributo inquinante di pesticidi, concimi di sintesi e tinture artificiali diminuirebbe del 92 per cento. La Cannabis sativa (canapa) è una delle materie prime più ecologiche, essendo una pianta che richiede pochi fertilizzanti e insetticidi e ha un accrescimento rapidissimo, in cinque mesi raggiunge anche i 5 metri d’altezza. Dalle sue fibre si ottengono tessuti sottili, morbidi e robusti. Infine il lino: fibra tessile antichissima, ha un ciclo di vita di soli cento giorni e ha il vantaggio di richiedere poca acqua e di essere quasi esente dall’attacco dei parassiti. Risulta dunque una delle coltivazioni a minor impatto.

Loghi e certificazioni – Un marchio unico, nazionale o europeo, che certifichi l’ecosostenibilità dei capi d’abbigliamento non esiste ancora. L’unica soluzione per le aziende del settore consiste nel puntare sulle certificazioni volontarie, che comunque non garantiscono la sostenibilità ambientale e sociale dell’intero prodotto finito bensì, separatamente, l’utilizzo di materie prime a basso impatto o di provenienza biologica, l’assenza di sostanze chimiche nocive per la salute umana, il trattamento equo dei lavoratori nel rispetto dei diritti umani. Tra le più note troviamo:

Ecolabel: nata nel 1992 dall’esigenza di uniformare diversi marchi indipendenti nazionali, è l’etichetta ecologica europea, rappresentata da una margherita il cui bottone è una «e» con dodici stelline come petali;

Oeko-Tex: si trova su tessuti, capi d’abbigliamento, accessori e biancheria da letto. Questo marchio austro-tedesco certifica, grazie a prove di laboratorio, l’assenza di sostanze dannose per la salute;

Gots: è un’etichetta internazionale che certifica la sostenibilità e la responsabilità sociale dei produttori di tessuti biologici. Il gruppo di lavoro che redige lo standard è formato da quattro associazioni: Ota (Stati Uniti), Ivn (Germania), Soil Association (Regno Unito) e Joca (Giappone);

Icea: l’Istituto per la certificazione etica e ambientale italiano valuta che i coloranti e le sostanze chimiche ad uso tessile siano conformi ai criteri dello standard Gots.

Consigli per gli acquisti – Ecco come mettere in pratica le indicazioni per la scelta.

– Cercare in etichetta una delle certificazioni ecologiche.

– Leggere sempre la composizione: il decreto legislativo 194 del 22 maggio 1999 impone l’obbligo di riportare il tipo di fibre di cui è composto un capo d’abbigliamento e in che percentuale. Se però questa supera l’85 per cento, la legge consente di non citare gli altri materiali utilizzati.

– Ricordare che i materiali sintetici come poliammide, lycra, poliestere, elastan, polipropilene derivano dal petrolio. Talvolta però derivano dal riciclo della plastica e quindi possono comunque considerarsi eco.

– Alcune aziende dichiarano in etichetta di usare coloranti naturali, per esempio indaco, curcuma, robbia.

– Preferire i capi da materie prime nazionali e lavorati in Italia: avranno percorso meno strada, rispettato le normative in vigore in materia di inquinamento e avranno emesso meno CO2 in fase di produzione e trasporto.

L’impatto sull’ambiente – Quello della moda è, in linea di massima, il settore meno ‘a chilometro zero’ esistente: una comune T-shirt parte dai campi di cotone di Cina, India o Pakistan, dove tra l’altro le coltivazioni intensive sono irrorate di pesticidi chimici classificati come pericolosi dall’Oms, per raggiungere un’altra area del Sud del mondo in cui essere tessuta a basso costo. Per la tinta si sposta nuovamente, raggiungendo quei Paesi dove le leggi in materia sono assenti e le acque reflue possono essere scaricate nei corsi d’acqua. A questo punto la nostra T-shirt deve essere tagliata e cucita, ma questo avviene in un nuovo Paese e in un altro ancora sarà etichettata prima di raggiungere i punti vendita in Europa. Ecco allora che una semplice maglietta (e con essa falda e terreno) avrà assimilato sostanze chimiche dannose, ma avrà anche fatto il giro del mondo, consumando fonti fossili e liberando nell’atmosfera grandi quantità di CO2. Lo stesso procedimento interessa generalmente tutti i capi di vestiario.

I rischi per la salute – Il ciclo produttivo del tessile prevede che gli indumenti vengano trattati, impregnati o vaporizzati con una miriade di sostanze chimiche. Stabilizzanti, acidi, sali, ossidanti, ignifuganti, tinture di ogni tipo sono solo alcuni dei preparati destinati ai nostri vestiti. Tutte sostanze potenzialmente nocive e costantemente sotto osservazione dagli scienziati, perché possono facilmente lasciare residui sugli indumenti sotto forma di metalli pesanti come arsenico, nichel, cromo, rame, cadmio, piombo, mercurio, ma anche formaldeide, coloranti allergenici e così via.

Tessuti del futuro – La ricerca in campo tessile non è mai ferma. L’ultima frontiera è quella delle nanotecnologie utilizzando microparticelle d’argento nanostrutturato. Applicata al settore dell’abbigliamento sportivo, questa tecnica permette di eliminare i batteri e con essi gli odori. Il tutto senza impiegare battericidi chimici inquinanti e potenzialmente tossici per l’organismo e senza richiedere detersivi aggressivi per la pelle e per l’ambiente.

(Con la collaborazione di Terre di Mezzo, organizzatori della prima settimana della moda sostenibile italiana So critical so fashion).

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