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Così lo Stato spreca il tesoro dei boss

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Palermo, viale Strasburgo. Per misurare con uno sguardo la potenza economica della mafia e le potenzialità dell’antimafia, basta venire qui, tra le vetrine luccicanti di una lunga fila di negozi, e cercare la casa super presidiata di uno dei più bravi e dunque più minacciati magistrati italiani. Dall’altro lato della strada, tutti i palazzi sono «beni confiscati», ma proprio tutti, fino all’incrocio con via Belgio. Proprietà di Cosa Nostra, che lo Stato è riuscito a conquistare. L’intestatario, Vincenzo Piazza, prestanome di vari boss della cupola stragista, arrestato nel ’94 in una favolosa tenuta di 800 ettari sulle colline di Siena (anch’essa confiscata), è morto dopo la condanna definitiva: il suo impero si estendeva su oltre 600 immobili, comprese le sedi di 36 scuole pubbliche, sei assessorati, il comando dei vigili e perfino il palazzo della Procura. Solo questo tesoro, spiega l’amministratore nominato dai giudici, vale «oltre un miliardo di euro».

In Sicilia si contano 525 aziende e 4.470 immobili entrati nel demanio pubblico grazie alle inchieste antimafia. Magistrati e polizia giudiziaria continuano a indagare in tutta Italia: il bilancio nazionale, aggiornato al primo aprile, è di 1.395 imprese e 9.922 immobili confiscati con sentenze definitive. Un patrimonio unico al mondo. «Tra gli Stati con un enorme debito pubblico, l’Italia è l’unico che potrebbe risanarsi con la lotta alle cosche», ragiona Alfredo Didonna, consulente di banche internazionali, improvvisatosi blogger antimafia a Palermo. Il problema è che a far fruttare le risorse sottratte ai criminali dovrebbe pensare la classe politica. Il vero simbolo di una Palermo sempre in bilico tra mafia e antimafia, dicono i più pessimisti, è ancora l’hotel San Paolo: 14 piani vista mare, 354 stanze, piscina sul terrazzo e grandi sale congressi, eppure, da quando è stato tolto ai boss, in crisi finanziaria. E così, dietro i proclami trionfalistici, l’antimafia dei fatti naufraga tra beni in rovina, imprese che falliscono, lavoratori licenziati e padrini che restano padroni dei beni confiscati.

IL FEUDO INTOCCABILE. La favola di Cosa nostra in ritirata finisce a Verbumcaudo, una storica tenuta con vista mozzafiato tra Caltanissetta e il mare: 150 ettari di olivi secolari, distese di foraggio e campi di grano incastonati tra vigneti Doc. Trent’anni fa l’ha comprata Michele Greco, il “papa” di Cosa Nostra, pagandola appena l’equivalente di 325 mila euro, per metà forniti dalla camorra. Al centro, su una collina che domina i luoghi dove nacque la mafia rurale, c’è una masseria che pare abbandonata. Ma basta avvicinarsi per veder spuntare due cani ringhiosi e tre campieri, che sembrano alternarsi a sorvegliare i curiosi, più che le loro cento pecore. In teoria questo feudo è confiscato fin dal 1987: il giudice istruttore si chiamava Giovanni Falcone. Ma il Comune di Polizzi Generosa, che potrebbe beneficiarne, non l’ha ancora ottenuto. Per colpa di un debito mafioso: l’ipoteca chiesta da Sicilcassa per prestare 363 mila euro ai signori imprenditori Michele e Salvatore Greco. Gravato da quel passivo, gonfiato dagli interessi a 2 milioni e mezzo, tra il 2008 e il 2009 il feudo dello Stato rischia di finire all’asta. Un sindacalista della Cgil, Vincenzo Liarda, mobilita il suo Comune per assegnarlo a «una cooperativa agricola che assumerà giovani». Da allora Verbumcaudo diventa una sfida, tra occupazioni simboliche, con Susanna Camusso in testa a un corteo di bandiere rosse, e intimidazioni reali. Liarda, 44 anni, riceve lettere anonime con polvere da sparo e foto di Falcone e Borsellino: «Lascia stare il feudo o farai la stessa fine». Una notte, mentre lui è assente, sua moglie e la figlia di dieci anni sentono forzare la finestra: in casa cade una busta con due pallottole. Liarda ottiene due agenti di tutela, ma solo per otto mesi. E non ne fa un dramma: «Non mi piace vivere scortato. Eroe io? Sono solo uno dei tanti siciliani che sognano un futuro di sviluppo nella legalità», dice, accompagnando da solo gli estranei nel feudo.

In sua difesa insorge Giuseppe Lumia, ex presidente della Commissione antimafia. Cosa Nostra ricambia con minacce di morte a entrambi: «L’ultima lettera è stata recapitata a mano in Senato, tre settimane fa», fa notare il parlamentare pd. A quel punto il presidente dell’Agenzia nazionale per i beni confiscati, Mario Morcone, prima dell’aspettativa per candidarsi a Napoli, riesce a chiudere una transazione con Unicredit, erede di Sicilcassa, che accetta di ridurre il debito a 400 mila euro, senza più ipoteca. Al Comune basterà pagare poco più di 2 mila euro al mese, per 15 anni. Lieto fine? Liarda non si accontenta di un’eccezione: «C’era un protocollo per fare di Verbumcaudo il primo dei tanti beni confiscati da gestire con un consorzio tra 21 Comuni e la Provincia. Ma hanno firmato solo in tre». E chi comanda negli altri? Il sindacalista ride: «Centrodestra ovunque». 

PROPAGANDA E REALTÀ. Il governo Berlusconi ha cercato più volte di appropriarsi dei successi delle procure antimafia. Tra le elezioni 2008 e l’ottobre 2010 l’impegno dei politici avrebbe «sottratto alla criminalità 35.601 beni, per un valore di 17,8 miliardi: più 523 per cento rispetto al periodo precedente». Togliendo i sequestri (annullabili), i presunti miliardi scendono subito a tre. Il governo poi non spiega come ha conteggiato i beni mobili, spesso di valore incerto o nullo. L’agenzia invece avverte che su 3.691 automezzi sotto custodia a spese dello Stato, quasi metà sono risultati «mai rinvenuti» ai controlli (1.074) o «rottamati» (438). In parcheggio resta anche il 45 per cento dei terreni, ville e appartamenti: la procedura di «sequestro», «confisca definitiva», «destinazione» e «consegna» dura in media tra 7 e 10 anni; e in tre casi su quattro è bloccata da ostacoli legali, come ipoteche o comproprietà spesso sospette. L’unica istituzione che ha verificato davvero i bilanci pubblici è la Corte dei conti. Risultato: per lo Stato, nel 2009, il «totale dei proventi dei beni confiscati» è di appena 5 milioni e 719 mila euro. Nel 2007 (governo Prodi) erano il doppio. Mentre con le strombazzate misure anti-scafisti lo Stato ha incassato 26 mila euro annui. A gonfiare i dati del governo, per 2,2 miliardi dichiarati, è il Fondo unico per la giustizia (Fug), che incamera contanti e titoli sequestrati, senza aspettare la confisca: peccato che Tremonti abbia accolto un’idea di Francesco Greco, uno dei pm meno amati da Re Silvio.

BENI LIBERATI. La Corte però non calcola i risparmi presenti e futuri. «Restituire alla comunità i beni tolti alla mafia ha un valore simbolico oltre che economico», avverte il procuratore di Torino, Giancarlo Caselli, come cita «il buon esempio della cascina Caccia a Chivasso», intitolata al magistrato ucciso dalla ’ndrangheta e confiscata al mandante del suo omicidio. Qualche pm, da Milano alla Puglia, autorizza le forze di polizia a usare subito auto, computer, telefoni e appartamenti sequestrati. Il procuratore di Bari, Nicola Laudati, viaggia sul fuoristrada tolto al padrino Savinuccio Parisi. A Corleone l’ex casa della famiglia Provenzano ospita la Bottega dei saperi e dei sapori del consorzio-modello Libera Terra di don Ciotti. E nel paese di Riina funziona anche la cooperativa Lavoro e non solo: 170 ettari di vigneti e ortofrutta, mezzo milione di ricavi e «7 mila conserve di pomodoro vendute tra i nostri 12 mila concittadini», rivendica il direttore, Salvatore Ferrara, che si prepara a ospitare la quarta ondata estiva di «mille studenti e volontari nei campi di lavoro».

Nelle aree più disperate di Calabria e Campania, però, la liberazione degli immobili resta un’impresa militare. La squadra mobile reggina ha scoperto ben 91 abitazioni in teoria confiscate, ma che fino al settembre 2010 erano occupate abusivamente dai parenti del boss, magari ergastolano o latitante. Ora toccherebbe ai Comuni assegnarli a scopi sociali. A Palermo i precedenti sono disastrosi: decine di assegnazioni clientelari (perfino a familiari di criminali) denunciate da “Striscia la notizia” e ora inquisite dalla Procura. Ingiustificabili anche certe inerzie al Nord: a Lecco il mega-ristorante del capoclan Coco Trovato, confiscato nel ’96, è rimasto in abbandono per 15 anni. Quando un cronista ne ha filmato il degrado, il prefetto ha reagito: ha denunciato il giornalista. E ora si rifiuta di pubblicare gli indirizzi dei 38 immobili confiscati alla ’ndrangheta del Nord.

IMPRESE IN CRISI. «I problemi più gravi riguardano le aziende confiscate», spiega il procuratore di Reggio Calabria, Giuseppe Pignatone: «L’impresa mafiosa impone prezzi e contratti, piega concorrenti e fornitori con minacce o violenze, abbatte i costi con il lavoro nero e i reati ambientali, non ha difficoltà di credito anche perché può riciclare enormi profitti illeciti… Quasi tutte le aziende falliscono appena si cerca di riportarle sul mercato legale. E il messaggio sul territorio è disastroso: la mafia dà lavoro, lo Stato no». Il giudice Raffaele Cantone, che da pm ha fatto condannare all’ergastolo i boss casalesi, ricorda un caso da manuale: «La Dia aveva scoperto che la moglie di un detenuto incassava dieci milioni di lire al mese da un allevamento di bufale. Dopo il sequestro, però, la stessa azienda produceva solo perdite. L’amministratore giudiziario ci ha spiegato il perché: con la camorra i mandriani lavoravano in nero, il fieno si comprava scontato, i caseifici non osavano rifiutare il latte…».

Anche grosse aziende del Nord, attratte dai vantaggi dell’economia mafiosa, si sono ritrovate svuotate dalla ’ndrangheta: esemplare il fallimento del gruppo Perego (edilizia e grandi opere). «In questi casi bisogna avere il coraggio di chiudere: lo Stato non deve creare false illusioni nei lavoratori, ma concentrarsi sulle aziende in grado di restare sul mercato con un serio piano industriale», prende posizione l’avvocato Cappellano Seminara, che ha salvato anche le società edilizie dell’ex Gruppo Piazza, costruendo 4 palazzi con la cassa a rotazione per 230 operai, oltre a gestire la Calcestruzzi spa (1.200 dipendenti), ora dissequestrata dopo lo scandalo del cemento impoverito.

Delle 1.395 aziende confiscate, moltissime sono «scatole vuote» usate solo per riciclare denaro sporco o frodare il fisco. Il dramma è che ogni cento aziende vere, con clienti e dipendenti, 33 tornano alla legalità con debiti enormi e 54 con fatturati negativi e banche che bloccano i crediti. «In Lombardia mi ritrovo a dover chiudere perfino i bar, negozi e ristoranti», lamenta Carlo Catenaccio, amministratore giudiziario di Milano: «I mafiosi sottraggono ogni liquidità e la legge attuale non consente neppure alle aziende risanabili di chiedere prestiti al fondo di giustizia». Non si potrebbe usare il modello Parmalat, separando la nuova azienda dai debiti del passato? «È difficilissimo, perché la gestione legale comincia dal sequestro, che può essere sempre revocato, ridotto o modificato», risponde Andrea Dara, amministratore dell’ex gruppo Aiello. La sua Villa Santa Teresa, il grande ospedale confiscato, sta risarcendo alla Regione Sicilia 36 milioni di buco creato dai complici di Cosa Nostra. «E un ciclo di radioterapia oggi costa 80 volte di meno». «La lotta alla mafia è una sfida economica: per gestire aziende non basta conoscere la legge, servono capacità da manager», sottolinea il professor Giovanni Fiandaca, che all’ateneo di Palermo ha creato una scuola di formazione per amministratori giudiziari. Nel 2007, all’agenzia Italia Lavoro, gli allora ministri Damiano e Visco hanno assunto una squadra di quattro  tecnici, guidata da Rosa Laplena, specializzati nel risanamento di aziende confiscate. I salvataggi più difficili, dalla Calcestruzzi Ericina al Gruppo Ulivi-Sigonella, portano la loro firma. Costo totale per lo Stato: 150 mila euro lordi l’anno. L’attuale vertice di Italia Lavoro li ha licenziati mentre erano in trincea per salvare la Riela trasporti e altre aziende. Come hanno dichiarato vari politici siciliani al “Sole 24 Ore / Sud”, il ministro Sacconi aveva promesso di riassumerli, «ma non ha mantenuto la parola».

 

 

Com’è amaro il caffè dell’antimafia  

di paolo biondani

 

A Palermo, in un capannone infrattato

in un cortile tra le case del quartiere Brancaccio, c’è un’azienda eccezionale: ha il timbro dell’antimafia, ma rischia

di fallire per colpa della mafia. È una cooperativa di lavoro con 11 operai, presieduta da un avvocato nominato dal tribunale. Produce un caffè buonissimo, «con l’antica tostatura a legna», da gustare insieme ai chicchi immersi nel cioccolato. FIno al luglio 2006 l’azienda, chiamata Iti Zuc, era intestata a un prestanome dei fratelli Graviano, i boss delle stragi del ’92 e ’93, che qui a Brancaccio hanno ordinato di ammazzare perfino un sacerdote, don Pino Puglisi.

La vecchia società, sequestrata per mafia, è in liquidazione dal 2009, con un buco

di un milione di euro: di solito è la

tecnica usata dai mafiosi per seppellire l’antimafia. I dipendenti della nuova ditta, battezzata Conca d’oro caffè, sono persone oneste: hanno superato tutti i controlli, il tribunale ha licenziato chiunque fosse sospettabile di legami «anche indiretti» con Cosa Nostra. Eppure la coperativa rischia di chiudere, stritolata

da un ingorgo tra debiti della mafia, clienti che rifiutano l’antimafia e burocrati dei cavilli di legge, quella che nessuno

faceva rispettare ai Graviano.

«È una vicenda paradossale, che riassume tutte le difficoltà di tutelare i lavoratori

che sono le prime vittime di un’impresa mafiosa», tuona tra un caffè e l’altro Filippo Parrino, presidente della Lega cooperative della Sicilia: «Questi operai hanno subito mesi di intimidazioni,

seguite da un’aggressione commerciale

e da un’incredibile serie di attacchi legali. Colpirli così è vergognoso».

La cooperativa Conca d’oro firma

il contratto di affitto d’azienda il 23 novembre 2009. Lo stesso giorno qualcuno sigilla i lucchetti con la colla.

A Palermo è un messaggio chiarissimo: vietato aprire. Le intimidazioni si susseguono per più di sei mesi, sempre

in coincidenza con delicati passaggi aziendali. A scanso di equivoci, i mafiosi lasciano anche polvere da sparo.

Gli operai di Brancaccio resistono.

«Il fatto più inquietante è che appena terminano le intimidazioni, iniziano gli attacchi commerciali e istituzionali», osserva Davide Ganci, presidente

del consorzio Ulisse, che riunisce

18 coperative sociali o di lavoro,

tra cui la Conca d’oro.

Sotto i Graviano, l’azienda fatturava due milioni e mezzo di euro. Quando arriva la cooperativa, i clienti più illustri cambiano fornitore: niente caffè dell’antimafia per i cinque hotel del gruppo Acqua Marcia, per i bar dell’aeroporto, per i supermercati Gs e perfino per i ristori della Regione Sicilia. I ricavi della cooperativa crollano. E proprio allora si scatena la tempesta burocratico-legale. Il Comune taglia l’acqua: la municipalizzata di Palermo reclama presunti arretrati fin dal 1999, mai chiesti ai mafiosi. Il mese dopo l’immobiliare proprietaria della sede intima lo sfratto:

le mura appartengono per un quarto alla sorella del presunto prestanome, ma a chiedere lo sgombero è una sconosciuta società milanese, che ha comprato gli

altri tre quarti da un astuto curatore fallimentare. La lite sulla sede paralizza

la Camera di commercio: la Conca d’oro risulta «impresa non attiva», per cui non può chiedere finanziamenti bancari né partecipare a gare d’appalto. Quindi  l’amministratore giudiziario della societa dei Graviano reclama 92 mila euro, di cui 60 mila per vecchi scarti di magazzino.

E intanto arriva lo sfratto dai locali della torrefazione, con rischio di trasloco dei macchinari più delicati. Per sbrogliare

il groviglio e separare i debiti dei mafiosi dalla cooperativa degli innocenti,

si mobilitano i tecnici di Italia Lavoro,

ma il ministero chiude l’ufficio antimafia.

«La Conca d’oro produce un ottimo caffè

a prezzi concorrenziali», conclude Parrino: «Condannare al fallimento un’azienda sana, perfettamente in grado di restare

sul mercato, significa tradire la lotta alla mafia. La Lega delle cooperative non

lo permetterà». Compagni, un caffè?