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Con “Made in carcere” nuovi strumenti di rieducazione

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Il loro catalogo include 500 articoli: t-shirt, bambole, lampade disegnate a mano, abiti sartoriali, miele, vino, dolci. Ma più del business conta la speranza: uscire dal carcere con una vita nuova è la missione di “Made in Jail”, la cooperativa cresciuta dietro le sbarre dei circa 200 penitenziari italiani. E ora a rischio per i tagli del governo.

Dalle falegnamerie ai poli industriali passando per le piccole botteghe artigianali e i call center, è la legge a prevedere il lavoro come mezzo per la rieducazione. E i dati confermano la previsione del legislatore: chi svolge attività mentre sconta la pena, ha una percentuale di recidiva, cioè di commettere un reato e rientrare in galera, inferiore al 10 per cento, contro una media nazionale del 70 per cento: “Le capacità acquisite sono fondamentali per il reinserimento, perché permettono a chi esce di porsi alla pari con ogni libero cittadino, almeno per quanto riguarda le competenze professionali”, spiega Luigi Pagano, provveditore degli istituti lombardi: “Per facilitare l’incontro tra la domanda delle imprese e offerta, in Lombardia è nata l’agenzia Articolo Ventisette”.

Una spinta la diede nel 2000 la legge Smuraglia, che introdusse benefici fiscali e contributivi per le società che investivano nei penitenziari. I risultati sono arrivati subito, ma i fondi della Smuraglia sono comunque diminuiti: l’anno scorso erano 50 milioni, contro i 71 del 2006. Un dato che trova conferma nelle carceri: dei 70 mila detenuti, solo 14 mila hanno un’occupazione, di cui 2 mila dotati di un contratto con società esterne. Gli altri 12 mila lavorano all’amministrazione penitenziaria e si occupano della cucina e della manutenzione delle prigioni.

Fatto sta che se nel Lazio gli incentivi sono quasi finiti, in Lombardia manca una stima precisa, anche se i primi risultati non sono incoraggianti e persino nelle strutture piccole come Laureana di Borrello, in provincia di Reggio Calabria, si parla di riduzioni intorno al 50 per cento. Confcooperative, direttori e associazioni di volontariato sono già scesi in piazza, perché senza incentivi, molti dei prodotti “made in carcere” potrebbero sparire dal mercato. Eppure il lavoro dei detenuti potrebbe valere anche 600 milioni di euro: secondo la Camera di Commercio di Monza e Brianza questo sarebbe il fatturato della piena occupazione dei condannati.

A oggi non esiste un inventario di tutto ciò che viene creato dietro le sbarre. Ci ha provato Pietro Rai – tano, direttore di Altreconomia, autore del libro “Il mestiere della libertà”, che ha censito circa ? cento realtà e si prepara a uscire con un’edizione aggiornata a marzo 2012. Dati ufficiali parlano di quasi 500 articoli diversi, presenti sul sito del ministero. Articoli che si stanno facendo breccia nel mondo equosolidale, dalle fiere ai negozi di Altromercato, racconta Paola Maisto, veterana del settore che con le altre socie della cooperativa Le Lazzarelle ha portato il caffè della torrefazione di Pozzuoli in Senato: “Dopo la partecipazione all’appuntamento milanese con “Fa la cosa giusta” lo scorso marzo il nostro giro d’affari si è ampliato, abbiamo ricevuto contatti che poi si sono trasformati in ordini e fatturato”.

Dalla Sardegna dove si producono olio, ricotta e pecorino biologici sotto il nome di GaleGhiotto, fino all’alveare della coop Fuori C’entro, nel carcere di Civitavecchia, l’elenco è lungo. A Sant’Angelo dei Lombardi, in provincia di Avellino, il penitenziario ha vinto il premio Qualità per le pubbliche amministrazioni, grazie a quattro vini diversi, funghi, tartufi e fragole. Dopo l’orto, poi, c’è la cucina dove impastare, cuocere e sfornare il pane fresco, così come torte, biscotti o dolci da forno: “A Terni abbiamo individuato il luogo dove impiantare i macchinari”, spiega Federico Brunelli della cooperativa umbra Gulliver, “poi siamo partiti con 120 chili al giorno, per proseguire con pasticceria, panettoni e tozzetti, simili ai cantucci.

La qualità è altissima: uno dei nostri pasticceri mignon ora e assunto in un ristorante a Roma, e per noi questa è una soddisfazione enorme”. Il fronte alimentare spazia da Dolci Libertà, la fabbrica di cioccolato a Busto Arsizio, dove ogni giorno vengono confezionati 700 chili di cioccolato e 300 chili di pasticcini e torte, fino ad aziende di nicchia come Dolci Evasioni, il marchio della cooperativa L’Arcolaio a Siracusa specializzato in pasta di mandorle e amaretti.

A Torino l’università ha messo a punto uno studio che dimostra come, attraverso il recupero degli scarti alimentari, le diverse attività della casa circondariale Lorusso e Cutugno potrebbero aumentare la loro redditività fino a 1,5 milioni di euro all’anno. Un risultato possibile grazie a una sinergia tra la cucina gestita da una coop con 32 addetti, una gelateria e una panetteria in fase di realizzazione: “Qui è sempre un cantiere aperto”, racconta Pietro Buffa, direttore del Lorusso e Cutugno, “basti pensare che nel 2009 il fatturato delle cooperative impegnate è stato superiore ai 2,5 milioni”.

Anche nel tessile le carceri stanno collezionando record. L’alta qualità, lo stile e la sostenibilità dei materiali sono il filo conduttore delle creazioni, nate dall’unione tra l’espressività dei detenuti e le stoffe, i modellini e i colori messi a loro disposizione. Opere come le magliette di Made in Jail di Rebibbia e quelle dedicate a Fabrizio de André a Marassi, le borse umoristiche con tessuti riciclati di Made in Carcere di Lecce, i costumi teatrali e gli abiti sartoriali della Cooperativa Alice venduti perfino in alcuni negozi del centro di Milano.

Oltre all’avanguardia fashion, c’è il miglior panettone d’Italia, realizzato dalla cooperativa Giotto di Padova. Dentro la casa di reclusione “Due Palazzi” gli chef, che producono circa 12mila esemplari, hanno ricevuto il “Piatto d’argento” dall’Accademia Italiana della Cucina. Si punta pure sulla biancheria, come le lenzuola di Vigevano, o i tutù realizzati per la locale scuola di danza, ancora i tappeti filati a Catania e i grembiuli della Giudecca di Venezia, commercializzati come Design in Gabbia. Sulla Laguna, la cooperativa Rio Terà dei Pensieri rifornisce con le cosiddette “linee di cortesia” gli alberghi della città: in molti hotel shampoo e bagnoschiuma vengono realizzate nella prigione di Santa Maria Maggiore. Un destino che potrebbe essere condiviso presto anche dal carcere di Bollate: “Sta per partire un progetto per una ventina di detenute nel campo della cosmesi”, spiega il neodirettore Massimo Parisi.

E così il made in jail conquista i mercati più strani, dai nidi per i pipistrelli a Treviso alle stufe futuristiche di Cuneo, fino ai servizi forniti dai carcerati, dai primi contatti tra Telecom e San Vittore a Milano per il servizio clienti dell’allora gestore unico, impiantato all’interno del penitenziario. A Rebibbia, invece, 20 persone sono impiegate nel cali center del numero 1254 di Telecom Italia nato cinque anni fa, a cui si è aggiunto il servizio di caricamento dei dati dei mancati pedaggi per conto della società Autostrade. Ma c’è chi lavora per la Giustizia: tra le sbarre sono stati digitalizzati circa 15 mila fascicoli per conto del Tribunale di Sorveglianza capitolino, come già successe a Cremona per gli atti riguardanti la strage di Piazza Fontana.