Commercio di armi nel mondo: la doppia ambiguità italiana - Non sprecare
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Armi, spendiamo quasi il doppio rispetto ai soldi destinati alla difesa dell’ambiente

La spesa militare italiana supera i 25 miliardi di euro l’anno. E siamo anche tra i primi dieci paesi esportatori al mondo. Il vergognoso accordo con l’Egitto

L’Italia, alla faccia di tutta la sua retorica pacifista e di quanto è stato scolpito anche nella Costituzione, è due volte in prima fila nel commercio mondiale delle armi. Come consumatore e come grande esportatore di un’industria in parte controllata dallo Stato. Gli ultimi dati ufficiali risalgono al 2018, ma dicono tutto su questo trend. La spesa militare è di 25 miliardi di euro l’anno, pari all’1,4 per cento del pil: quasi il doppio della spesa per la tutela ambientale (0,8 per cento del pil). Complessivamente la spesa per armamenti è di 5,7 miliardi di euro l’anno.

COMMERCIO DI ARMI NEL MONDO

Quanto a esportazioni di armi, siamo tra i primi dieci paesi del mondo. E ciò spiega anche la nostra inconsistenza quando si tratta di denunciare e contrastare le violazioni dei diritti umani in paesi che poi risultano nostri clienti nel traffico delle armi. Tutto ciò, come al solito, nonostante una legge molto rigorosa, la numero 185 del luglio 1990, approvata trent’anni fa. Con queste norme la vendita di armi made in Italy è vietata in paesi in guerra o dove vengono violati diritti umani. Peccato però che la legge è stata stravolta da successive modifiche e da interpretazioni molto larghe. Di fatto è scritta sulla sabbia, e lo spreco della vendita di armi nel mondo non fa che gonfiarsi. Negli ultimi mesi abbiamo venduto armi all’Arabia Saudita e agli Emirati Arabi Uniti, due paesi che sono impegnati nel conflitto in Yemen. Nostre armi sono andate in Turchia, Turkmenistan, Qatar: sempre e solo per combattere.

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COMMERCIO DI ARMI ITALIA

Per non parlare del clamoroso caso dell’Egitto, un paese con il quale abbiamo il conto in sospeso dell’assassinio di Giulio Regeni, coperto dalle massime autorità egiziane. Nonostante ciò all’Egitto abbiamo venduto fregate Fremm, quattro navi, 20 pattugliatori, 24 caccia, 20 aerei M-346. Totale: 11 miliardi di euro, la più grande commessa militare mai autorizzata in Italia dal dopoguerra.

Intanto la spesa militare, che era rallentata tra il 2012 e il 2014, ha ripreso a crescere, e anche in modo molto sostenuto. Come si ci stessimo preparando e attrezzando a nuovi conflitti, e come se l’equilibrio geopolitico fosse sempre più precario.

MERCATO DELLE ARMI NEL MONDO

Come mai la corsa alle armi? Premesso che un apparato difensivo, e dunque anche le armi, fanno parte da secoli dell’organizzazione di uno Stato (chi ne è sfornito non conta al tavolo del mondo globale), per rispondere alla domanda e decifrare meglio il boom del commercio di armi, bisogna guardare da vicino i numeri. In prima fila tra i paesi che hanno aumentato gli investimenti negli armamenti nell’ultimo anno, ci sono, nell’ordine, la Russia (+ 5,9 per cento), la Cina (+ 5,4 per cento), l’Europa (+ 2,8 per cento) e gli Stati Uniti (+ 1,7 per cento).

Ecco, dunque la risposta alle cause di questa nuova corsa agli armamenti: tutti i paesi protagonisti sulla scena della geopolitica mondiale sono impegnati ad aumentare la propria dotazione militare. Anche l’Europa delle anime belle, pronta a sfilare dalla parte dei pacifisti, pronta a indignarsi per le prove muscolari del regime coreano, e pronta a delegare sempre all’America il ruolo di «gendarme del mondo». L’Europa che, invece di attrezzarsi, anche contro l’attacco dei terroristi, con un impianto e una struttura di Difesa comune (che significherebbe anche ridurre le spese militari dei singoli stati), continua a procedere in ordine sparso. Salvo poi andare tutti insieme, i paesi dell’Unione, a braccetto, sul mercato delle armi per fare acquisti: uno spreco enorme di risorse pubbliche, di credibilità e di strategia.

ARMI PRODOTTE IN ITALIA

In questo scenario l’Italia ha un ruolo doppiamente ambiguo. Mentre facciamo i conti con un’industria che arranca in quasi tutti i settori (specie dove non riusciamo ad esportare), siamo fortissimi proprio nella produzione e nella vendita delle armi. Nell’ultimo anno, nel silenzio generale,abbiamo avuto un vero boom delle esportazioni militari: + 85 per cento. E sapete chi c’è in prima fila a soffiare su questo fuoco da venti di guerra? Il gruppo Leonardo, ex Finmeccanica, ovvero una società controllata dallo stesso Stato italiano.

VENDITA ARMI IN ITALIA

Così, a parole vogliamo la pace (a proposito: i pacifisti di lungo corso non hanno nulla da dire di fronte a questo scandalo?), nei fatti guadagniamo con la guerra (che sottintende l’acquisto delle armi) e con gli armamenti, in sfregio a quanto è scritto nelle leggi, nella Costituzione e nei trattati internazionali sul commercio. Facciamo soldi nel modo peggiore: contribuendo ad armare un mondo sull’orlo quotidiano di una crisi di nervi. E quindi molto più che instabile.

AUMENTO VENDITE DI ARMI

Tra le nuove nazioni che spingono il settore degli armamenti nel mondo, ci sono poi i paesi dell’est europeo, probabilmente preoccupati dalle tentazioni zarista della Russia di Putin. Seguono nell’ordine, il continente asiatico e il Medio Oriente.

USO ARMI IN AMERICA

A guidare il mercato, in termini quantitativi, ci sono sempre gli Stati Uniti, dove nonostante i tanti episodi di cronaca nera, non si arresta la corsa agli armamenti. Anche da parte di cittadini privati che pensano così di difendersi da soli. Soltanto l’America, da sola, controlla una fetta pari a oltre 600 miliardi di dollari di questo mercato. Dunque, la lobby delle armi si conferma una delle più potenti del paese.E alle spalle degli americani compaiono i cinesi, con una spesa di 215 miliardi di dollari.

QUANDO LA SICUREZZA È DAVVERO A RISCHIO:

 

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