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Cina, il villaggio chiuso in un grattacielo

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Ancora quattro giorni e la Cina allungherà la serie dei suoi primati. Diventerà la prima nazione al mondo a vantare un villaggio contadino chiuso dentro un grattacielo. Che sia un merito non è certo, ma la propaganda presenta il "Nuovo villaggio nel cielo" come «il più glorioso esempio dell’urbanizzazione più veloce della storia».

Su questo non c’è dubbio. Fino a tre anni fa Huaxi era un paese di duemila abitanti, tutti agricoltori, dispersi nelle antiche case a un piano, su un enorme territorio privo di strade. L’utopia maoista del collettivismo, grazie al quale tutti oltre che pari sono pure felici, è stata infine superata dal sogno liberista, che consegna a ognuno un’opportunità per il primato della ricchezza. L’agricoltura si è aperta all’industria e alla finanza, ma le famiglie hanno tenuto duro su un punto: restare a vivere insieme e vicine, come in Cina è avvenuto per secoli. Da questo esplosivo mix di ambizione e solidarietà è nata così l’idea di trasformare le frazioni sparse e le fattorie della contea in un unico palazzo, dotato di ogni comfort della contemporaneità, ma pure dell’umanità che la popolazione sentiva fuggire tra le dita.

 

L’inaugurazione ufficiale è prevista nel fine settimana, ma il primo esperimento di convivenza metropolitana in aperta campagna è già iniziato con la fine dell’estate. Il grattacielo dei contadini emigrati in verticale svetta per decine di chilometri, fra terrazze di riso e colture di mais che hanno potuto rioccupare lo spazio delle vecchie case abbandonate. E’ una visione straordinaria, anche perché all’ingresso, davanti a centro commerciale, banca e fast food, stazionano carri trainati dai cavalli, qualche trattore, centinaia di biciclette e le mandrie di mucche del "Jiangsu Huaxi Group".

 

Nessuno era disposto a smettere di fare il contadino e per trasferirsi nella nuova città-palazzo, sorta dal nulla nell’Ovest più povero, la maggioranza ha preteso di trasformarsi anche in corporation. Una forma senza precedenti di società-villaggio-edificio che condivide ogni genere d’interesse e ogni anno ripartisce tra i coinquilini un quinto dei profitti lordi: frutto dei raccolti, ma pure di investimenti comuni in materie prime, titoli di Borsa e addirittura navi di seconda mano per il trasporto delle merci del grattacielo.

 

Un successo. E dire che quando la torre di Huaxi ha cominciato a salire, le autorità di Pechino hanno cercato di fermarla. Temevano la rinascita di un incontrollabile modello di città-stato imperiale, fuori dal partito e oltre ogni piano quinquennale socialista. Risultato: unire liberamente risparmi e guadagni di tutti per la "grande opera", ha permesso agli abitanti di Huaxi di formare un capitale comune che consente benefìci mai immaginati: due elicotteri del grattacielo, scuole e centri sportivi interni, ambulatori e un piccolo ospedale di palazzo, asili e centro anziani unificati al penultimo piano, sotto la terrazza panoramica usata come piazza centrale del villaggio. «Ci siamo posti un unico limite – dice Wu Renbao, 84 anni, ex segretario locale del partito, eletto amministratore – Non superare il grattacielo più alto di Pechino. Così, ci basta aver eguagliato la sommità della torre Eiffel».

 

La fama è già tale che da settimane il tour operator condominiale scarica ogni giorno cinquemila turisti davanti agli ascensori di quella che la tivù di Stato ha ribattezzato "villaggiopoli", primo test per comprendere se in Asia la civiltà legata alla terra potrà convivere con quella compressa in megalopoli da 80 milioni di abitanti. «Organizzare gli arretrati paesi rurali in moderne città-grattacielo – dice Zhi Minxin, 28 anni, direttore dell’edificio – presenta grandi vantaggi. Elimina il problema della confisca delle aree agricole, azzera la solitudine, taglia i costi per infrastrutture, avvicina i servizi primari, risolve l’emergenza del welfare. E il reddito agricolo è integrato dal profitto ricettivo».

 

I primi dieci piani del villaggio ospiteranno infatti un hotel di lusso, che darà lavoro a trecento abitanti privi di campi sufficienti per vivere. Gli studiosi cinesi sono convinti di trovarsi di fronte alla forma di convivenza del futuro, dove lo stile di vita metropolitano convive con l’atavico bisogno di natura e di contatti autentici tra le persone. Un solo problema, prima dell’inaugurazione: scegliere lo slogan del grattacielo (ha prevalso infine "Pronti per il mondo, aggrappati al villaggio") e decidere chi sarebbe vissuto di sopra e chi di sotto. Nemmeno nella fattoria più alta della terra, il panorama è uguale ad ogni piano.