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Chi abita in città fa meno figli

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L’inquinamento influisce sulla nostra capacità riproduttiva: le sostanze inquinanti presenti negli alimenti ma anche in oggetti di uso comune (come tessuti, cosmetici e detergenti) ci “contaminano” quotidianamente e riducono la nostra fertilità, soprattutto se abitiamo in una grande città. Nei grandi centri, infatti, la cattiva qualità dell’aria e altri fattori ambientali negativi si aggiungono al contatto con le sostanze dannose.

Queste conclusioni, poco confortanti, sono confermate dai risultati del progetto di ricerca "PREVIENI", coordinato dal Professor Alberto Mantovani e condotto dal WWF insieme all’Istituto Superiore di Sanità, all’Università di Siena e all’Università La Sapienza di Roma, con il finanziamento del Ministero dell’Ambiente.

La ricerca, durata 4 anni, ha avuto come oggetto lo studio degli “interferenti endocrini”, sostanze nocive chiamate in questo modo perché capaci di interferire sugli equilibri dei nostri ormoni e, in particolare, su quelli sessuali. Infatti, come spiega Cristiana Guerranti dell’Università di Siena, gli ormoni sono una sorta di messaggeri che si muovono nel nostro organismo, da un distretto corporeo all’altro, attraverso il sangue, portando informazioni alle cellule. Se, a causa di interferenti esterni che agiscono sugli ormoni, le informazioni sono bloccate ed il legame con le cellule è diminuito o, al contrario, amplificato, le cellule reagiscono in maniera anomala. Nonostante le limitazioni previste per legge, interferenti endocrini si trovano ancora in oggetti di uso comune: tappeti, vestiti, pentole antiaderenti e vernici, giocattoli, contenitori e dispositivi medici, tessuti, auto, pc e televisori, pesticidi, oli e prodotti industriali. Ma non è tutto: le loro tracce sono rilevate anche negli alimenti, per il contatto con contenitori di plastica oppure a causa dell’inquinamento degli ambienti in cui vengono allevati gli animali e coltivate le piante.

Secondo il progetto “PREVIENI” le sostanze inquinanti come i perfluorati, gli ftalati ed il bisfenolo, hanno una pesante influenza sulla fertilità. A questi effetti negativi sul nostro organismo bisogna aggiungerne altri, già noti grazie a precedenti ricerche, tanto che il bisfenolo è stato di recente messo al bando da una Direttiva Europea, la 2011/8/UE, in vigore da marzo scorso, che vieta l’utilizzo di materie plastiche contenenti questa sostanza per la produzione di biberon destinati ai bambini. Da giugno 2011, poi, non è più tollerata la circolazione di biberon in policarbonato, una materia plastica che, secondo i rilievi della Europena Food Safety, contiene il temuto bisfenolo “A”.

Gli ftalati ed il bisfenolo, infatti, potrebbero causare disturbi di tipo mentale, emotivo e comportamentale nei bambini. Il vetro, dunque, deve essere preferito al biberon in plastica, la cui pericolosità è confermata anche da Cristiana Guerranti: “Il bisfenolo”- dice – è usato per rendere trasparente il policarbonato di cui sono fatti i biberon. Tuttavia, nel tempo, il biberon si deteriora, dilavandosi e rilasciano particelle che si mescolano al latte, in quanto il bisfenolo è una sostanza lipofila che, cioè, si lega particolarmente bene ai grassi. Per questo i cibi più a rischio sono quelli contenenti elevate quantità di grassi, fra cui proprio il latte.” “Con il progetto PREVIENI – continua la Guerranti – abbiamo fatto un passo avanti nella comprensione di come le sostanze nocive influenzino la nostra salute. Per la prima volta, infatti, sono stati presi in considerazione, in un unico campionamento in diversi luoghi d’Italia, più matrici contemporaneamente: il latte materno, il sangue e il liquido seminale.” Tutto ciò ha richiesto un grande lavoro e la suddivisione dei compiti tra le diverse unità operative della ricerca.

Sotto la guida del professor Silvano Focardi, l’Ateneo toscano ha anche preso in considerazione la salute riproduttiva di 125 coppie in relazione all’ambiente in cui vivono. E’ancora la Guerranti, che ha coordinato le attività del gruppo senese, a spiegare le modalità di selezione: “Abbiamo scelto coppie di persone che abitano nell’area urbana di Roma, coppie abitanti a Ferrara, una città medio piccola con una buona qualità ambientale, e coppie abitanti a Sora, un piccolo centro agricolo del basso Lazio. Tutte queste persone risultano esposte in maniera prolungata e continua ad una miscela di interferenti endocrini. Ma la popolazione del grande centro urbano è molto più esposta: le persone affette da infertilità o da specifiche patologie riproduttive presentano livelli più alti di inquinanti nel proprio sangue". I ricercatori di Siena hanno inoltre studiato il passaggio delle sostanze contaminanti tra madre e bambino, analizzando campioni di sangue e siero del cordone ombelicale, sangue della madre e anche campioni delle prime feci del bambino. In tutti i casi ftalati e bisfenolo “A” erano presenti anche nei bambini, in 8 di essi con concentrazioni più elevate. Ad ulteriore conferma che la placenta non è una barriera invalicabile: le analisi sul sangue di cordone ombelicale, dopo una gravidanza sana e priva di problemi, indicano infatti il trasferimento di alcuni interferenti endocrini dalla madre al feto. Ciò potrebbe produrre alterazioni, non visibili al momento della nascita, come l’infertilità una volta diventati adulti.

“E’ molto importante”- conclude Cristiana Guerranti – che i risultati del progetto PREVIENI siano ora utilizzati per azioni di prevenzione e sensibilizzazione rivolte a cittadini e istituzioni, per arrivare a stili di vita sani che proteggano noi stessi, i nostri figli e l’ambiente, ma anche per ridurre sempre di più, con apposite leggi, la produzione e l’impiego di prodotti con sostanze nocive, aumentando i controlli sulle filiere alimentari”.

Per questo il team di ricerca sta attualmente preparando un opuscolo che serva da guida informativa per le donne in gravidanza, da diffondere capillarmente presso i medici di base, così che possano dare alle loro pazienti consigli e indicazioni ben precise su quali cibi evitare.