Un pesce che potrebbe cambiare le sorti dell’Amazzonia, creando nuove opportunità economiche e di sviluppo nella foresta. A beneficio dell’ambiente e delle comunità locali. L’arapaima (chiamato in portoghese “pirarucù”), può raggiungere i tre metri di lunghezza e i 2000 chili di peso: con queste misure è il pesce d’acqua dolce con le squame più grande del mondo. Per anni, grazie alle sue dimensioni e alle carne solide e delicate, è stato un perno della catena alimentare delle popolazioni della foresta amazzonica: per decenni è stato pescato e venduto a Manaus, una città amazzonica di 2,2 milioni di abitanti.
Poi arrivarono i distruttori dell’ambiente e negli anni ’70, ’80 e ’90, la pesca intensiva lo portò vicino al collasso in molte aree. E anche nei primi dieci anni del Duemila gli scienziati segnalarono la pesca eccessiva e dannosa dell’arapaima nel 90 per cento dei villaggi monitorati lungo un tratto del rio delle Amazzoni e dei suoi affluenti. Essendo grande, pregiato e facile da catturare quando sale a respirare, le popolazioni diminuirono drasticamente.

La svolta positiva è arrivata quando alcune comunità amazzoniche, insieme a ricercatori e autorità ambientali, hanno rivendicato il diritto di tutelare questo pesce e hanno adottato un sistema di gestione molto semplice ma rigoroso:
- ogni anno gli abitanti contano gli arapaima osservando quante volte emergono a respirare;
- solo una parte della popolazione (spesso circa il 30 per cento degli adulti) può essere pescata;
- il resto viene lasciato riprodurre;
- la pesca illegale viene controllata dagli stessi abitanti.
Il risultato è stato sorprendente. In molte riserve gestite in questo modo, il numero di arapaima è aumentato di diverse volte nell’arco di pochi anni, mentre il reddito delle comunità è cresciuto grazie alla vendita legale del pesce. Studi scientifici hanno documentato recuperi anche di oltre dieci volte rispetto alle aree non protette. Nel 2016, per esempio, Carlos Peres, brasiliano e professore di Scienze ambientali all’università dell’East Anglia, nel Regno Unito, in collaborazione con Joao Victor Campos-Silva, ecologo esperto in effetti ambientali e sociali dell’arapaima, hanno pubblicato uno studio su 83 laghi e hanno scoperto che i 13 aperti alla pesca libera contenevano appena 9 esemplari di arapaima, mentre i 31 dove la pesca libera era vietata, ne contenevano più di 300 esemplari. Oggi nello stato di Amazonas, l’epicentro della foresta amazzonica brasiliana, più di 400 villaggi gestiscono in maniera autonoma e controllata la pesca dell’arapaima in grandi rami del bacino amazzonico.
Tutto questo può cambiare il futuro dell’Amazzonia in una chiave davvero sostenibile. Innanzitutto crea un forte incentivo economico a mantenere intatti gli ecosistemi acquatici e la foresta circostante; se una comunità guadagna ogni anno da una popolazione sana di arapaima, ha interesse a impedire la pesca locale, contrastare l’occupazione abusiva dei territori, evitare la distruzione delle zone umide e conservare la foresta che regola il ciclo delle acque da cui il pesce dipende.
Questo modello è spesso citato come esempio di uso sostenibile della biodiversità: invece di vietare completamente l’utilizzo delle risorse naturali, si permette un prelievo limitato che finanzia la loro stessa conservazione.
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