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App per tracciare gli spostamenti e limitare i contagi: il piano italiano per frenare il coronavirus

L’app “Immuni” in grado di tracciare i contagi tramite Bluetooth salvaguardando il rispetto della privacy e “AllertaLOM”, l’applicazione già in uso nella Regione Lombardia per fermare la diffusione del coronavirus

Fare ricorso alla tecnologia e all’analisi dei dati per contenere la diffusione del coronavirus, frenare i contagi ed evitare eventuali nuovi focolai, soprattutto nella fase in cui potremo allentare il lockdown e provare a tornare alla nostra vita quotidiana. Anche sull’esempio della Corea del Sud, dove i contagi hanno visto un forte rallentamento grazie al ricorso a test a tappeto e all’attivazione di un sistema basato su tecnologie digitali tra cui l’applicazione Corona 100m, che prevedono tracciamento, test e isolamento delle persone entrate in contatto con soggetti positivi al Covid-19. Un protocollo che ha permesso al Paese (50 milioni di abitanti) di porre un freno ai contagi, senza prevedere la chiusura di intere città, negozi, bar e ristoranti o altre misure di restrizione come quelle portate avanti in Cina e poi anche in Italia e nel resto del mondo.

APP PER TRACCIARE GLI SPOSTAMENTI

Così, lo scorso 23 marzo, superata la soglia dei 50mila contagi accertati (168.941 i casi totali, 106.607 attualmente positivi, 40.164 guariti e 22.170 deceduti, in base agli ultimi dati diffusi dalla Protezione Civile e relativi alla giornata del 16 aprile 2020), il ministero dell’Innovazione, a supporto del ministero della Salute e dell’Istituto Superiore di Sanità e in collaborazione con l’Organizzazione Mondiale della Sanità e il supporto di un comitato scientifico multidisciplinare ha lanciato una call per individuare “le migliori soluzioni digitali disponibili relativamente ad app di telemedicina e assistenza domiciliare dei pazienti e a tecnologie e strategie basate sulle tecnologie per il monitoraggio attivo del rischio di contagio”. Un invito rivolto a Pubbliche Amministrazioni, aziende, enti e centri di ricerca pubblici e privati, ma anche associazioni, cooperative, consorzi, fondazioni e istituti, in modo da coordinare, a livello nazionale, l’adozione di questi strumenti utili a contrastare la diffusione del Covid-19. Oltre 800 le candidature ricevute: il bando ha avuto una durata di appena tre giorni data l’emergenza sanitaria in corso, ed è stato ufficialmente chiuso alle ore 13 del 26 marzo 2020.

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APP PER TRACCIARE I CONTAGI

Sia nel caso delle applicazioni di telemedicina che di quelle di “contact tracing”, agli ostacoli tecnologici si affiancano le perplessità relative alla tutela della privacy. Un problema che riguarda in particolar modo i dati sanitari. Un sistema in grado di monitorare in tempi rapidi le condizioni di salute delle persone, permettendo ai medici di controllare i dati a distanza e, in caso di necessità, intervenire, dovrebbe offrire garanzie ottimali circa la sicurezza delle informazioni raccolte.

APPLICAZIONI DI TELEMEDICINA

Ovviamente, il ricorso ad un’applicazione non andrebbe a sostituire il ruolo del medico ma permetterebbe, ad esempio, di aiutare il paziente ad autovalutare meglio i propri sintomi per capire se si tratti o meno di Covid-19, alleviando così anche il carico di lavoro dei numeri di emergenza e di consulenza sanitaria, sia a livello nazionale che regionale.

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APP PER IL CONTACT TRACING

In particolare, in relazione al monitoraggio dei cittadini nell’ottica di contenimento dei contagi, tutti coloro risultati positivi al tampone per la diagnosi del Covid-19 dovrebbero scaricare sul proprio smartphone un’applicazione in modo da consentire alle autorità, attraverso un’accurata analisi dei dati, di verificare quali sono le altre persone con cui sono entrate in contatto, contattarle e sottoporle ad un eventuale controllo, dal tampone all’isolamento domiciliare.

Come ha dichiarato anche il presidente dell’Istituto Superiore di Sanità (ISS), Silvio Brusaferro: “L’app servirà non solo per tracciare, ma anche per assistere e coniugherà i valori di democrazia e libertà con il distanziamento sociale».

APP PER LIMITARE I CONTAGI

Il ministero dell’Innovazione guidato dal ministro Paola Pisano ha nominato il gruppo multidisciplinare di esperti con il compito di valutare e proporre soluzioni tecnologiche data-driven per la gestione dell’emergenza sanitaria, economica e sociale legata alla diffusione del virus SARS-CoV-2. Si tratta di una task force tecnologica costituita da 74 esperti, divisi in otto sottogruppi. Come riporta la nota del ministero per l’Innovazione tecnologica e la Digitalizzazione, lavorerà a titolo gratuito per individuare e valutare, nel rispetto delle normative sulla privacy, soluzioni tecnologiche basate sulla raccolta e l’analisi dei dati, adatte a contenere il numero di contagi, agevolare l’adozione tempestiva delle misure di distanziamento sociale indispensabili per arginare la diffusione del virus e fronteggiare la crisi in atto.

IMMUNI APP PER TRACCIARE I CONTAGI 

Nella serata del 16 aprile 2020, il governo ha scelto l’app per il tracciamento dei contagi da coronavirus sulla base della short list presentata dalla task force tecnologica del ministero dell’Innovazione. L’applicazione si chiamerà “Immuni” e utilizzerà il bluetooth per accertare se gli utenti sono entrati in contatto con persone positive al coronavirus.

Il commissario straordinario per l’emergenza sanitaria, Domenico Arcuri, ha firmato l’ordinanza con la quale dispone la stipula del contratto di cessione gratuita della licenza d’uso sul software e di appalto di servizio gratuito con la società milanese Bending Spoons che si occuperà anche di tutti gli aggiornamenti che si renderanno necessari. L’utilizzo di Immuni avverrà su base volontaria: l’app potrà essere scaricata da App Store (Apple) e Google Play Store (Google). Per essere efficace, dovrà coinvolgere il 60 per cento degli italiani.

COME FUNZIONA LA APP IMMUNI

Immuni prevederà una sorta di “diario clinico” sul quale sarà possibile annotare il proprio stato di salute e l’eventuale comparsa di sintomi correlabili al Coronavirus. La tecnologia Bluetooth permetterà invece allo smartphone di riconoscere e salvare i codici dei diversi dispositivi su cui è installata la stessa app. Per ora non è previsto l’utilizzo del Gps.

APPLICAZIONE ALLERTALOM REGIONE LOMBARDIA 

Intanto, sempre nella giornata del 16 aprile 2020, i cittadini lombardi hanno ricevuto un sms con la richiesta di scaricare sul proprio cellulare l’applicazione AllertaLOM. Come ha spiegato Fabrizio Sala, vicepresidente della Regione Lombardia, il messaggio è stato inviato gratuitamente dalle compagnie telefoniche (Vodafone – Tim – Wind 3 – Iliad) e autorizzato dalla Protezione civile e si tratta di un sms inviato in caso di emergenze e calamità. In queste situazioni, le istituzioni non acquisiscono o trattano i dati dei cittadini ma si limitano a fornire agli operatori un testo da inviare gli utenti.

AllertaLOM“, è un’applicazione in grado di tracciare una mappa del rischio di contagio. L’app, sviluppata dalla holding regionale Aria Spa e realizzata in collaborazione con medici e ricercatori dell’Ospedale San Matteo e dell’Università degli Studi di Pavia, raccoglie i dati, in modo anonimo, mediante un questionario in cui è necessario indicare età, abitudini durante il lockdown (lavoro in ufficio o smart working), eventuali sintomi e contatti con persone positive a Covid-19. Una sorta di triage a distanza per provare a individuare eventuali contagi e fermare la diffusione del virus. Le risposte al questionario non vengono collegate al numero di telefono, gli utenti non ricevono alcuna indicazione in risposta alle informazioni comunicate ma i dati permettono di verificare l’evoluzione dei contagi. L’applicazione, ovviamente, non sostituisce un eventuale tampone o i controlli medici ma è uno strumento in più per localizzare eventuali focolai o individuare la ripresa del contagio in zone considerate meno a rischio.

app per tracciare gli spostamenti coronavirus

TEST SIEROLOGICI PER SCOPRIRE CHI È IMMUNE

La fase due, vale a dire la graduale riapertura dell’Italia, potrebbe, inoltre, coincidere con un test di massa in grado di svelare chi risulta già immunizzato al virus SARS-CoV-2 e non ne è ancora a conoscenza. Si tratterebbe di esami rapidi del sangue capaci di identificare la presenza o meno di anticorpi per il coronavirus. Al momento però non esistono ancora test sierologici davvero affidabili: il ministero della Salute e il Comitato tecnico scientifico della Protezione civile sono al lavoro per validare i test rapidi.  

IL SISTEMA PER CONTROLLARE GLI SPOSTAMENTI IN LOMBARDIA

Precedentemente, intorno alla metà del mese di marzo, la Regione Lombardia, ha annunciato l’utilizzo di un sistema per misurare gli spostamenti della popolazione durante l’epidemia di Coronavirus e verificare così il rispetto delle restrizioni stabilite dal governo proprio per contenere la diffusione del virus. I dati, forniti alla Regione Lombardia dai principali operatori di telefonia mobile, e raccolti in forma aggregata e anonima, servono a visualizzare i flussi di persone e non a monitorare i singoli. Un metodo che si è reso necessario a causa del numero elevato di spostamenti all’interno del territorio lombardo, nonostante le misure adottate dal governo, ossia rimanere a casa e muoversi solo per comprovate esigenze lavorative, per motivi di salute o per altre situazioni di assoluta urgenza. Un sistema “quantitativo” di analisi degli spostamenti “da cella a cella” dei cellulari dal quale, la settimana scorsa, era emerso che, rispetto al 20 febbraio 2020, il giorno in cui, all’ospedale di Codogno, è stato scoperto il primo caso di positività a Covid-19, gli spostamenti, in Lombardia, si erano ridotti solo del 60 per cento: «Troppo poco» come ha dichiarato il governatore Attilio Fontana.

La portata dello spazio tra una cella e l’altra è di 300/500 metri, e questo significa che nel calcolo non rientra chi esce in giardino o chi raggiunge il negozio di alimentari sotto casa. Vi rientrano invece anche coloro che sono autorizzati a muoversi per motivi di lavoro, salute o per necessità familiari. 

DRONI PER IL CONTROLLO DEGLI SPOSTAMENTI

Intanto, proprio per “garantire il contenimento dell’emergenza epidemiologica coronavirus”, l’Ente nazionale per l’aviazione civile (Enac), dopo le richieste dei Comandi delle Polizie locali, ha autorizzato, fino al 3 aprile, l’uso dei droni per monitorare gli spostamenti dei cittadini sui territori comunali, e “anche su aree urbane dove vi è scarsa popolazione esposta al rischio di impatto”. L’utilizzo dei droni permette di segnalare le zone in cui si verificano eventuali assembramenti di persone o comportamenti vietati consentendo quindi alla polizia municipale di intervenire.

Anche se in determinati casi, le compagnie telefoniche, possono fornire ad alcune società, ad esempio quelle che si occupano di statistiche o applicazioni sul traffico, questo genere di dati (sempre in forma aggregata e anonima), è decisamente raro che queste informazioni vengano adoperate dai governi, dalle Regioni e dalle diverse istituzioni.

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CONTACT TRACING E PRIVACY

Sulla questione “contact tracing” è intervenuto anche il Garante della Privacy, Antonello Soro: in un’intervista rilasciata a Repubblica ha spiegato che “non si tratta di sospendere la privacy ma di adottare strumenti efficaci di contenimento del contagio, pur sempre nel rispetto dei diritti dei cittadini”. Soro ha, inoltre, specificato che “una misura quale il contact tracing, che incide su un numero elevatissimo di persone, ha bisogno di una previsione normativa conforme a questi principi. Un decreto-legge potrebbe coniugare tempestività della misura e partecipazione parlamentare. Va da sé che la durata deve essere strettamente collegata al perdurare dell’emergenza”.

Sì al tracciamento dei contatti quindi, ma attraverso un decreto legge temporaneo anche per evitare uno “scivolamento inconsapevole dal modello coreano a quello cinese, scambiando per efficienza la rinuncia a ogni libertà e la delega cieca all’algoritmo per la soluzione salvifica”.

COME LA CINA HA AFFRONTATO L’EPIDEMIA DI CORONAVIRUS

In Cina, come sappiamo, la lotta al Coronavirus è stata portata avanti attraverso misure di contenimento molto drastiche a partire dalla quarantena totale dell’intera città di Wuhan con i suoi quasi 15 milioni di abitanti e dal blocco di ogni forma di trasporto privato non solo nella città epicentro della diffusione del coronavirus ma anche negli altri centri principali dello Hubei. Ma non solo: parallelamente alla quarantena, il governo cinese ha avviato una campagna per identificare i cittadini affetti da Covid-19, attraverso una soluzione molto imponente dal punto di vista tecnologico: un’applicazione in grado di valutare il rischio delle persone assegnando ad ogni cittadino un diverso grado di pericolosità epidemica. In seguito all’iscrizione e al rilascio di alcuni dati, il sistema è in grado di tracciare gli spostamenti e gli incontri delle persone assegnando un codice verde, giallo o rosso a seconda del proprio stato di salute o rischio di infezione. Impossibile muoversi senza mostrare prima il codice memorizzato sull’app. Il timore è ora quello che, superata la fase di emergenza, determinati strumenti tra cui anche i software di riconoscimento facciale, possano rimanere in uso.

“The lockdown – un mese a Wuhan”: il documentario della tv cinese (in inglese)

LA STRATEGIA DELLA COREA DEL SUD PER FERMARE IL CORONAVIRUS

Molta tecnologia anche nella modalità di risposta al coronavirus da parte della Corea del Sud, anche se in maniera meno invasiva rispetto al modello cinese. Basta scaricare sul proprio smartphone, su base volontaria, l’app Corona 100m per sapere se nel raggio di 100 metri dalla propria posizione vi sono eventuali focolai. Chi non ha modo di scaricare l’app può comunque visualizzare la posizione dei contagiati e i loro movimenti mediante la consultazione della mappa online “Coronamap”. Invece che sulla quarantena, il governo coreano ha puntato molto sull’identificazione, l’esame (attraverso test a tappeto) e l’isolamento dei cittadini entrati in contatto con le persone infette. Un sistema di controllo e analisi dei dati reso possibile anche dal fatto che la legge coreana consente all’autorità sanitaria di avere accesso ai dati delle telecamere di sorveglianza, a quelli di tracciamento tramite GPS di telefoni e auto e alle transazioni effettuate con carte di credito. Per ricostruire gli spostamenti delle persone risultate positive al coronavirus si è fatto ricorso, infatti, anche alle immagini delle telecamere di sicurezza. Tutte informazioni poi condivise, in forma anonima, sull’apposita app in modo da consentire a tutti di conoscere, in tempo reale, le eventuali situazioni di rischio. Al “contact tracing”, come già anticipato, la Corea del Sud ha unito un numero elevatissimo di test: i tamponi sono stati effettuati anche alle persone con sintomi lievi o asintomatici ma entrati in contatto con pazienti infetti. A questo si aggiunge il fatto che questo piano d’azione è stato messo in atto con un numero relativamente basso di contagi. Una strategia che, secondo l’OMS, ha reso la Corea del Sud uno dei principali modelli per affrontare l’epidemia di coronavirus.

Non dimentichiamo però che la Corea del Sud, rispetto all’Europa, possiede maggiori conoscenze e capacità su come gestire un’epidemia di coronavirus, avendo già affrontato SARS e MERS. L’epidemia di MERS del 2015, in particolar modo, aveva spinto la Corea del Sud a rafforzarsi ancora di più nell’ottica di contrasto delle epidemie.

Quindi, il modello sudcoreano è replicabile in Italia?

Come ha spiegato ad Adnkronos il professore Enrico Bucci, docente di Biologia dei sistemi della Temple University di Philadelphia: “Seguendo in toto la strategia della Corea del Sud, cioè usando anche strumenti invasivi della privacy personale, si riesce a tracciare per tempo i focolai epidemici; sempre che, naturalmente, nella zona campionata ci si trovi nella fase iniziale di un’epidemia (quando cioè si possa appunto parlare di focolai epidemici e non di epidemia diffusa)”.

Potremmo essere ancora in tempo, quindi, per tracciare e frenare i contagi nelle regioni italiane in cui i numeri sono ancora contenuti (la mappa in tempo reale, realizzata da Corriere della Sera). Adottare il modello coreano potrebbe rivelarsi, inoltre, importante per evitare una seconda ondata di contagi al momento del graduale ritorno alla normalità.

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UMBRIA E MODELLO COREA DEL SUD

Intanto, mentre una ricerca Bva Doxa condotta su un campione di cinquemila individui rileva che il 93 per cento degli italiani si dichiara pronto a “sacrificare alcuni diritti fondamentali se ciò aiuta a prevenire la diffusione del virus”, l’Umbria si candida a diventare la prima regione italiana a seguire il “modello Corea del Sud” nella lotta alla diffusione del Covid-19. La regione conta meno di 900mila abitanti e al, momento attuale, ha 802 casi totali di cui 770 attualmente positivi, 12 guariti e 20 deceduti (dati diffusi dalla Protezione Civile e relativi alla giornata del 26 marzo 2020).

APP STOP COVID-19

Una sperimentazione che potrebbe fare da apripista a livello nazionale, portata avanti attraverso il ricorso all’app Stop Covid-19, sviluppata dall’azienda italiana Webtek. Così come l’app Corona 100m, anche Stop Covid-19 è in grado di ricostruire la rete di persone che potrebbero essere entrate in contatto con un cittadino infetto e segnalarne i dati alle autorità sanitarie. Tramite la localizzazione gps dello smartphone di ciascun utente, l’app raccoglie le informazioni, monitora gli spostamenti di coloro che decideranno di scaricarla, avvisandoli in caso di contatti con persone risultate positive al coronavirus. Un meccanismo che consente di ricostruire la catena dei contagi: tutti i soggetti coinvolti rimarranno sempre anonimi e potranno essere contattati solo dall’autorità sanitaria, senza conoscere il nome di chi può averli contagiati.

Ovviamente, la scelta di utilizzare l’app è assolutamente volontaria e il cittadino, in qualunque momento, può decidere di sospendere la diffusione dei dati o cancellarli definitivamente, come previsto dal regolamento europeo sulla tutela dei dati personali (GDPR).

Già disponibile nell’app store di iOs e nel Play Store di Android, Stop Covid-19 per rivelarsi utile richiede una notevole collaborazione da parte degli utenti. In caso contrario, la raccolta di dati risulterebbe incompleta e non consentirebbe di tracciare con esattezza le altre persone esposte.

Al “contact tracing”, in Umbria si affiancherebbe un aumento del numero di tamponi e di test veloci.

I PIANI PER IL CONTACT TRACING

Intanto, anche il Massachusetts Institute of Technology di Boston ha sviluppato “Private Kit: Safe Paths” una specifica app che permette di ricostruire la catena dei contagi. Il sistema avverte gli utenti nel caso in cui siano entrati in contatto con una persona positiva senza svelare di chi si tratta. Ai positivi la scelta se condividere o meno sull’app la diagnosi. Rallentare la diffusione del contagio quindi, senza rinunciare alla privacy.

Singapore invece punta su un sistema di tracciamento interamente basato sul bluetooth e che prevede il salvataggio dei dati solo all’interno dello smartphone dell’utente, garantendo comunque al personale sanitario le informazioni necessarie per ricostruire la catena dei contagi nel caso in cui un cittadino dovesse risultare positivo al coronavirus.

In Spagna, invece, al momento solo nell’area di Madrid, i cittadini possono utilizzare un’applicazione supportata da Telefonica e Google che aiuta ad identificare i sintomi e ad effettuare un’autodiagnosi, allentando il sovraccarico di richieste ricevute dalle linee telefoniche di emergenza.

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ANALIZZARE INSTAGRAM PER FRENARE LA DIFFUSIONE DEL CORONAVIRUS

Secondo l’Economist, anche l’analisi dei social network e, in particolar modo di Instagram, può rivelarsi uno strumento importante per comprendere l’avanzata del coronavirus. Gli analisti del settimanale britannico hanno identificato più di 20 mila utenti che hanno postato sulla piattaforma geolocalizzandosi in città che inizialmente avevano almeno 50 casi confermati di Covid-19. Seguendo i loro spostamenti, in base ai post successivi in cui hanno indicato la loro posizione, e sulla base di oltre 50mila foto pubblicate in oltre 2mila città di 125 Paesi, hanno scoperto che “i movimenti degli utenti di Instagram identificati come potenziali portatori del coronavirus tendevano a tracciare il movimento del virus stesso, come rivelato dai casi resi noti da fonti ufficiali”. Alcuni utenti – spiega l’Economist – si sono recati in luoghi privi di virus che sono stati successivamente colpiti da un’epidemia, aumentando la possibilità che siano stati loro stessi a portarvi il virus. Altri hanno offerto indizi su possibili vie di trasmissione, come ad esempio un viaggio di ritorno da una vacanza in una stazione sciistica svizzera.

L’analisi degli spostamenti attraverso Instagram, poteva quindi fornire un supporto nel tentativo di contenere la diffusione del virus e limitare i contagi.

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