Coronavirus: alta letalità anziani, perché in Italia più morti? - Non sprecare
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Coronavirus, perché in Italia si muore più che in altri paesi di tutto il mondo

Non c’è un ceppo più letale del virus. I diversi parametri utilizzati, in Europa, per il calcolo deceduti. Conta anche il peso degli anziani nella popolazione e nella società

Stando ai dati, e alla loro progressione, in Italia il tasso di letalità per covid-19, la malattia causata dal coronavirus, sfiora il 9 per cento. Una percentuale molto alta soprattutto se confrontata al 4% cinese (3274 deceduti su 81456 contagiati, al 23 marzo), al 6,6% spagnolo (2206 deceduti su 33089 contagiati) e al 3,9% francese (676 morti su 16937 malati). Le ragioni di questo scostamento sono molteplici e nessuna è in grado di spiegare a pieno i motivi di questa differenza. Per prima cosa va detto che al momento è stato scongiurata l’ipotesi che in Italia si sia diffuso un ceppo più letale, quindi a parità di pericolosità vanno analizzati altri fattori. Tra questi ci possono essere: il metro utilizzato per il conteggio, l’età media della popolazione italiana, il ruolo centrale giocato dagli anziani nella nostra società e una tendenza più accentuata al contatto fisico.   

ALTA LETALITÀ ANZIANI CORONAVIRUS

Uno di questi è legato sicuramente al fatto che nel nostro Paese è stato deciso di sottoporre a tampone solo coloro che manifestano sintomi gravi, ragione per la quale il conteggio dei positivi è inevitabilmente molto più basso dei reali casi. Il covid-19, infatti, può manifestarsi senza sintomi o in forma molto più leggera senza costringere chi lo contrae a ricorrere a specifiche cure mediche in ospedale. Quindi aumentando di molto i 59138 censiti al momento (23 marzo), inevitabilmente scende la percentuale dei morti in relazione al numero totale dei contagiati. Tesi non astratta e da bar dello sport: uno studio pubblicato sulla rivista Science stima almeno 5-10 positivi non censiti per ogni positivo censito. E anche un modello matematico sviluppato dall’Istat conferma un rapporto molto vicino a 1 a 10 in Italia tra contagiati accertati e contagiati reali. Se fosse così, la distanza con la Cina, in termini di tasso di letalità, sarebbe vicina allo zero. 

A tal proposito è utile ricordare che esiste una differenza sostanziale tra tasso di letalità e quello di mortalità. Il primo si ottiene con il rapporto tra contagiati e morti a causa della malattia mentre quello di mortalità si ottiene dividendo il numero dei decessi da coronavirus con quello di tutti coloro che potenzialmente possono entrarci in contatto, ossia tutta la popolazione.

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LETALITÀ CORONAVIRUS ITALIA

In Italia, come in tutti gli altri Paesi, le statistiche dicono che la gran parte dei deceduti ha oltre 70 anni e la quasi totalità ha un quadro clinico compromesso. Ovviamente più si è in là con gli anni e più c’è la possibilità di avere delle malattie con le quali dover fare i conti, che indeboliscono la capacità dell’organismo di reagire a un attacco ulteriore come quello del covid-19. A tal proposito va detto che non tutti i Paesi stanno utilizzando lo stesso metro per il conteggio dei deceduti. L’Italia ad esempio sta censendo tutti coloro che al momento della morte siano positivi al coronavirus, mentre la Germania solo coloro per i quali sia dimostrabile che il motivo della morte sia riconducibile direttamente al covid-19. Nasce da qui probabilmente il grande scostamento nei numeri dei due Paesi (in Germania: 15343 positivi e 44 morti). A tal proposito, una prima indagine condotta dall’Istituto superiore di Sanità su una parte dei morti italiani rivela che: “su 355 cartelle cliniche ci sono solo 3 morti di covid-19 senza altre patologie“. Detto questo, ci sono malattie con le quali si può sopravvivere tranquillamente anche in età avanzata che, però, sommate alle complicazioni causate dal coronavirus, diventano letali.   

TASSO LETALITÀ CORONAVIRUS 

Partendo dal presupposto che la fetta di popolazione più a rischio è quella più anziana, perché spesso ha altre patologie e perché ha capacità di reazione più ridotte, il numero molto alto di morti registrato in Italia si può spiegare anche con il fatto che la nostra popolazione è tra le più anziane al mondo. Basti pensare, ad esempio, che nel nostro Paese una persona su quattro ha più di 65 anni, mentre in Cina è una su otto. Elemento che è stato sottolineato nei giorni scorsi anche da Mike Ryan, capo del Programma di emergenze sanitarie dell’Organizzazione mondiale della sanità (Oms), che ha dichiarato: «Di solito siamo abituati a pensare che gli italiani siano fra i popoli più longevi, ma sfortunatamente in questa crisi avere una popolazione anziana non aiuta».

CORONAVIRUS E OSPEDALI

Abbiamo capito, parlano i numeri, che l’epicentro di questa tragedia è la Lombardia. La regione dove si è verificato, fin dagli inizi del contagio, un fenomeno che potrebbe essere diventato determinante nel portarci a un tasso di letalità così alto. La diffusione del virus attraverso i focolai degli ospedali. L’errore è stato duplice, da parte dei ricoverati e dei medici che li hanno accettati per lo meno nella fase iniziale della crisi. Come poi è stato detto a gran voce, il ricovero con il coronavirus è quasi sempre inutile e controproducente: il virus si può curare da casa (a meno che non ci siano complicazioni tali da giustificare il ricovero) e l’ospedale, trattandosi di un posto  frequentato da molte persone con difese immunitarie basse, è uno dei luoghi privilegiati per il contagio. Infine per quanto riguarda l’eccezionalità della situazione in Lombardia prendono piede sempre più una serie di ipotesi che hanno a che fare sia con le percentuali in inquinamento che con abitudini dannose per la salute, come il fumo. L’esito letale del coronavirus passa, infatti, per una polmonite. Patologia che colpisce più facilmente persone con polmoni deboli, come gli abitanti della pianura padana, esposti ai rischi ed ai danni di un elevatissimo inquinamento, e i fumatori. Piccolo dettaglio a sostegno di questa spiegazione: i morti sono più uomini che donne. Come i fumatori.

COVID-19 ITALIA

In questi giorni, diverse studi fanno risalire l’unicità dei numeri italiani anche a dei fattori sociali che ci differenzierebbero da altri Paesi. Ad esempio, secondo un team di ricercatori di Oxford, il ruolo centrale che hanno gli anziani nella nostra società favorirebbe il contagio. Rispetto ad altri Paesi, in Italia molti vivono con i genitori fino a tardi e i nonni hanno un ruolo fondamentale di ammortizzatore sociale, badando ad esempio ai nipoti mentre i genitori lavorano. Questo tipo di promiscuità, con gli anziani che vivono a stretto contatto con i giovani (molti dei quali potrebbero essere asintomatici), soprattutto in fase iniziale, avrebbe accelerato la capacità del virus di raggiungere le persone più avanti con l’età. Conclusione alla quale sono giunti anche due ricercatori, Moritz Kuhn e Christian Bayer economisti dell’Università di Bonn. Inoltre, secondo il professor Raffaele Antonelli Incalzi, presidente della Società italiana di gerontologia e primario di Geriatria al Campus biomedico di Roma, “influisce anche la maggiore attenzione, in Italia, alla salute degli anziani”. Per lo specialista, intervistato da Grazia Longo su ‘la Stampa’, “essendo più seguiti e tutelati, a fronte di malattie note e quindi più facilmente combattibili, ora che il nemico è l’ignoto coronavirus, gli anziani diventato molto più esposti e vulnerabili“. Infine, altro aspetto da tenere in grande considerazione sarebbe la tendenza nei Paesi mediterranei ad avere un maggior contatto fisico. Quindi saluti con baci sulle guance e abbracci, prima che fosse deciso di imporre il distanziamento sociale come forma di prevenzione, sarebbero stati un moltiplicatore decisivo. Quel che è certo, però, è che al momento non c’è nulla di certo e che ha poco senso paragonare situazioni e contesti diversi. Per avere delle risposte certe in grado di rispondere a queste domande bisognerà attendere quindi che la tempesta passi.

IL NOSTRO SPECIALE SUL CORONAVIRUS:

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