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2012: Ban Ki-moon suona il rock per dare energia sostenibile a tutti

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Il 2012 è stato dichiarato dalle Nazioni Unite “Anno Internazionale dell’Energia Sostenibile Per Tutti”. Un nome un po’lungo e poco accattivante, ma che racchiude appieno tutte le sfide che ci aspettano nel futuro e le contraddizioni del presente. Da una parte, la necessità di assicurare l’accesso universale ai servizi energetici moderni: secondo la IEA, International Energy Agency, nel 2010 la popolazione mondiale senza accesso all’elettricità ammontava ancora a 1,3 miliardi, pari a circa il 20% degli abitanti del Pianeta. Un numero enorme e una sfida che si interseca con la lotta alla povertà. L’altra faccia della medaglia è la questione ambientale, con la necessità di ridurre le emissioni di gas serra e i consumi di combustibili fossili: perciò il Segretariato Generale dell’ONU ha sentito l’esigenza di specificare che l’energia del futuro deve essere sostenibile e ha presentato, tra i propri obiettivi di lungo termine, il raddoppiamento della quota di energia rinnovabile nel mix energetico mondiale e del tasso di miglioramento dell’efficienza energetica, da raggiungere entro il 2030.

Ogni qual volta ci si ponga un obiettivo di portata mondiale, il problema è sempre, però, come dividere l’obiettivo tra gli Stati. E qui diventa interessante (e quantomai opportuna) l’aggiunta “per tutti”: si pone, cioè un problema di equità.

Se analizzassimo, infatti, meglio le politiche ambientali nazionali avremmo delle curiose sorprese. Scopriremmo che la Cina, che attualmente è la più grande potenza inquinatrice dal punto di vista delle emissioni CO2 (e spesso additata come esempio negativo di insostenibilità ambientale), è ancora lontana, fortunatamente, dai livelli europei: un cinese inquina oggi la metà di un europeo e un terzo di un americano. Senza contare che il governo cinese sta perseguendo importanti politiche di aumento dell’efficienza energetica (che dovrebbe migliorare del 40-45% entro il 2020), dell’energia da fonte rinnovabile e della forestazione. E’ prevista anche l’introduzione di limiti alla CO2 per le grandi industrie, che potrebbero dare origine a un mercato della CO2 sullo stampo dell’Emission Trading System europeo.

La Cina meglio dunque degli Stati Uniti? Sì e no. Gli Stati Uniti sono il secondo grande emettitore di CO2 mondiale, e si sono sempre opposti a trattati internazionali sul clima con carattere vincolante. Il governo Clinton firmò il Protocollo di Kyoto (il trattato per la riduzione dei gas serra dei Paesi industrializzati), ma poi né il suo Senato, né i successivi, lo ratificarono. A livello federale l’approvazione di una legge sul clima ha la difficoltà di dover essere approvata a maggioranza dei due terzi; mentre alcuni Stati stanno andando avanti autonomamente per un futuro low-carbon: il particolare la California, dove il governatore Schwarzenegger sta implementando, ormai da anni, le più avanzate politiche di protezione dell’ambiente e riduzione delle emissioni di CO2: l’obiettivo è di raggiungere il 20% dell’energia prodotta da fonte rinnovabile entro il 2020. La California si è alleata con altri Stati americani, tra cui l’Oregon, Washington, Arizona, Montana, New Mexico e Utah, per uno schema di riduzione delle emissioni di CO2 interstatale.

A questo schema hanno aderito anche alcune province canadesi, rappresentative di ben il 70% dell’economia del Canada (British Columbia, Maioba, Quebec e Ontario), sottolineando, ancora una volta, la differenza tra le decisioni dello stato centrale – che ha recentemente dichiarato di volersi staccare dal Protocollo di Kyoto e non voler aderire alla “fase due”, che partirà nel 2013. Anche lo Stato di Alberta sta portando avanti politiche di riduzione delle emissioni. E allora perché i governi centrali differiscono così tanto e così spesso dalle politiche locali? Nel caso del Canada la risposta sta forse nella scoperta della possibilità di sfruttare le sabbie bituminose del nord per la produzione del petrolio, con una procedura di estrazione estremamente inquinante e dispendiosa, ma di grande interesse per le potenti lobby petrolifere.

Se c’è del buono anche tra i maggiori inquinatori, è giusto dire che si verifica spesso il contrario: gli australiani sono dipinti, nell’immaginario collettivo, come un popolo quasi “primordiale” nell’attenzione alla natura. Non fosse che la percentuale di CO2 pro-capite è superiore a quella degli statunitensi. Lo stile di vita è infatti simile, con un grande consumo di combustibili fossili. Anche l’Australia sta adottando politiche per la diffusione delle rinnovabili ma, ancora una volta, sono soprattutto le “regioni” ad agire.

Per riuscire veramente a garantire l’accesso all’energia sostenibile per tutti, ci dovrebbe dunque essere uno sforzo comune che possa coinvolgere sia i governi centrali che locali, con il supporto di ampie fasce della popolazione. Perciò il Segretario Generale delle Nazioni Unite, Ban Ki-moon, ha scelto di chiedere aiuto non a un Premio Nobel, ma a una rock band, i Linkin’ Park, che sostengono la "Sustainable Energy for All Initiative.” La band utilizzerà la massiccia presenza nei social media – che include 36 milioni di fan su Facebook – per accendere i riflettori sui progetti che verranno portati avanti, nel mondo, nel 2012. “Parlare di energia sostenibile significa portare maggiori opportunità a tutte le persone, allo stesso tempo proteggendo il nostro Pianeta, la nostra comune casa” ha dichiarato il Segretario Generale. “Il supporto del pubblico è cruciale, e i Linkin’ Park possono aiutarci a mobilitare nuovo pubblico nel mondo e in particolare i giovani, che sono il nostro futuro”. I Linkin’ Park hanno cominciato a lavorare con le Nazioni Unite a seguito dei soccorsi ad Haiti dopo il terremoto del gennaio 2010. “E’ stato un piacere aiutare le Nazioni Unite e il Segretariato Generale” ha detto Mike Shinoda, una delle voci del gruppo. “Non vediamo l’ora di lavorare con i nostri fans nel mondo per supportare progetti di energia sostenibile che sono critici per salvare vite, migliorare stili di vita e proteggere l’ambiente.”