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Quanti ingrati, ma ricordatevi di Confucio: «Non fare del bene se non hai la forza di sopportare l’ingratitudine»

Siamo irriconoscenti, spesso mossi dall’invidia e dal rancore, con le persone che meno lo meritano. E dimentichiamo in fretta il bene che abbiamo ricevuto. Da qui rabbia, frustrazione e aggressività sociale. Tutte trappole dalle quali possiamo uscire, curandoci dall’ingratitudine. Diceva Confucio: «Non fare del bene, se non hai la forza di sopportare l’ingratitudine».

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COME AFFRONTARE L’INGRATITUDINE

Centrale nella grande Letteratura, quella universale, come nel grande Cinema, da Hollywood al neorealismo italiano, è sicuramente una delle disposizioni umane, con tutte le sue ombre, più evocate e più narrate: l’ingratitudine. Attualissima, con tutte le ferite che apre, in un tempo nel quale tutti abbiamo fretta e facciamo fatica a ricordare, anche quando farlo sarebbe un nostro sacrosanto dovere.

Ho letto tutto di un fiato il recente libro del filosofo Duccio Demetrio, dal titolo secco e chiaro, Ingratitudine (Raffaello Cortina Editore), e ho capito quanto questa parola sia attuale per decifrare il malumore, la rabbia, la sfiducia, l’aggressività, che stiamo accumulando sul piano delle relazioni personali e dei comportamenti collettivi. Mai come in questo momento, per esempio, ci sentiamo distanti dalle istituzioni, non ne riconosciamo più la funzione (eppure ci hanno dato tanto e ci garantiscono ancora di più in termini di futuro), e vi scarichiamo contro tutte le nostre frustrazioni. Quali? Innanzitutto l’indignazione per chi dovrebbe guidare, governare, fare funzionare, le istituzioni nell’interesse generale della collettività e non secondo i propri personali e talvolta famelici obiettivi. È come se si fosse spenta qualsiasi luce di passione e interesse al bene comune, qualsiasi spinta vitale all’esercizio della generosità che resta un ingrediente essenziale anche nella vita pubblica e non solo nella dimensione privata.

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COME SUPERARE L’INGRATITUDINE

L’ingratitudine è un male antico, direi genetico, e nessuno di noi se ne può dichiarare immune. Tutti, prima o poi, spesso o raramente, provochiamo il dolore, la sofferenza, e lo sconcerto di chi si aspettava di ricevere almeno un «grazie» ed invece si è sentito calpestato dalla nostra ingratitudine. Diceva Confucio, con grande saggezza: «Non fare del bene, se non hai la forza di sopportare l’ingratitudine». Dunque con il sentimento dell’irriconoscenza, che può marciare parallela al rancore e all’invidia, ognuno di noi deve fare i conti, come ci sollecita il libro di Demetrio. A partire dal fatto che l’ingratitudine è una perdita di memoria, ed anche questo ci spiega bene l’attuale situazione: facciamo fatica, soffocati come siamo dal presente, a coltivare una buona memoria, a preservare le radici lunghe nel rapporto con il tempo. E diventiamo molto più esposti al rischio della spietatezza, dello smarrimento di un cuore e di un sentimento, che si coniugano all’ingratitudine.

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COME REAGIRE ALL’INGRATITUDINE

Possiamo difenderci da questa deriva? Esistono armi a nostra disposizione per curarci dall’ingratitudine, specie nella versione cronica? Certo: coltivare la memoria è già un buon antidoto.   Sforzarci, per esempio, di ricordare, rispetto a chi oggi critichiamo anche violentemente, quanto da questa persona, o dalla sua azione, abbiamo ricevuto prima. Quanto debito abbiamo accumulato nei suoi confronti. Il ricordo, in questo senso, diventa vita presente, una sorta di rimedio naturale alla spietata avanzata dell’irriconoscenza, e ci consente di tenere i piedi per terra, di respirare un attimo prima di urlare la nostra rabbia (ingrata). Infine, vorrei provare a convincere i lettori che l’ingratitudine è un grande spreco. Di memoria, come abbiamo visto, con la sua dolcezza e anche con la sua forza. Di sentimenti, in quanto avvitandoci nell’ingratitudine siamo condannati a rompere rapporti umani (individuali) e sociali (collettivi). Di tempo, in quanto l’ingratitudine, come il rancore, cova dentro di noi, ci logora e ci fa consumare, anzi: sprecare, energia e tempo. Al contrario, prendere le distanze dalla scivolata verso l’ingratitudine migliora la nostra qualità della vita, porta luce nel buio della nostra anima, e ci regala un senso di compiutezza e di convinta tolleranza. Cose che significano benessere e serenità.

L’IMPORTANZA DELLA RICONOSCENZA E DELLA GENEROSITÁ: