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Truffe alimentari: tutte quelle che subiamo. Un giro d’affari di 1 miliardo di euro l’anno

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Prima le lasagne e gli hamburger della Findus, poi i ravioli e i tortellini della Buitoni-Nestlé: lo scandalo della carne di cavallo coinvolge ormai 19 paesi, compresa l’Italia. E nell’epoca della cucina globale, quando un buon piatto di spaghetti lo puoi mangiare a New Delhi come a Melbourne, scopriamo quanto siamo impotenti  di fronte alle pressioni, e ai trucchi, dell’industria alimentare. Possiamo mangiare tutto, dovunque, ma non sappiamo mai bene ciò che stiamo ingoiando. La carne equina costa l’80 per cento in meno di quella bovina, pazienza se poi ti rovina il sangue, e prima di arrivare nel piatto ha girato il pianeta, con un guadagno illecito in ogni fermata. È stata macellata in Romania, trasferita in Olanda, stoccata a Cipro e venduta ai produttori da un grossista francese. Un giro biblico che si ripete appena il mercato gonfia la sua domanda: è già previsto, per esempio, che più del 50 per cento degli agnelli serviti in Italia durante i pranzi pasquali arriveranno dai paesi dell’Est. E magari qualcuno vi dirà che sono stati allevati sulle montagne dell’Abruzzo.

La genesi della contraffazione alimentare risiede nelle bugie scolpite nelle etichette dei prodotti, laddove i burocrati dell’Unione europea sono riusciti nel capolavoro di allargare le maglie quando bisognerebbe stringerle e di diluire la chiarezza a tutela del consumatore con una babele di norme e disposizioni, scritte su misura per le lobby della tavola. Per i prodotti caseari, dal formaggio alla mozzarella, è sufficiente citare gli ingredienti di base: latte, caglio e sale. Quale latte, fresco o in polvere, nessuno lo sa e lo dice.  Le porte si spalancano, così, per la mozzarella con il latte in polvere dell’Est Europa e con  quello alla melanina cinese, riconoscibile dal colore azzurro che brilla appena si apre la confezione.  Secondo i calcoli della Coldiretti quasi la metà dei bocconcini e delle trecce in vendita sul mercato italiano hanno materie prime di questo genere e non esiste alcun obbligo, ovviamente, a indicarle sulla busta. Per non parlare dei pomodori: arrivano a tonnellate con le navi dalla Cina, vengono lavorati con acqua e sale e finiscono sugli scaffali come passate made in Italy. L’industria della contraffazione, a danno dei genuini prodotti dell’agricoltura italiana, sempre stando alle stime della Coldiretti vale un giro d’affari di 1,1 miliardi di euro l’anno.

Al contrario, invece, per i prodotti dietetici, a basso contenuto calorico, la trama delle norme diventa una giungla, dove tutto si perde. A secondo delle materie di base utilizzate un biscotto o una marmellata possono essere “ a basso contenuto di zucchero”, “senza zucchero” e “senza zuccheri aggiuntivi”. E nel buio di queste sottigliezze si infila la manina della speculazione: al momento in Italia una quarantina di aziende alimentari sono nel mirino dell’Antitrust per la pubblicità ingannevole contenuta nelle etichette dei loro prodotti.  I precedenti sono già illuminanti e, come nel caso della carne equina, coinvolgono grandi marchi dell’industria alimentare. Multe da 60mila a 200mila euro sono piovute alla Muller e alla Yomo gli yogurt  naturali, alla Misura-Colussi e alla Galbusera per i cracker senza grassi, alla Her’o e alla Zuegg per succhi di frutta e marmellate senza zuccheri. Tutti, prima o poi, finiamo a dieta e l’illusione salutista è come il piffero magico che cattura il consumatore: dunque fa prezzo.

Le bugie a tavola non sempre hanno le gambe corte e l’etichetta per quanto non garantisce una sicurezza matematica è pur sempre un deterrente fondamentale per prevenire le truffe. E proprio sulle etichette a Bruxelles ci sono voluti quattro anni di bracci di ferro per approvare un nuovo giro di vite e per fare ordine in una normativa così contraddittoria. Alcune cose sono diventate obbligatorie: l’origine degli alimenti per l’ortofrutta e per il pesce, i valori nutrizionali se vengono utilizzati nelle campagne pubblicitarie, gli ingredienti allergenici, se esistono. Si è perfino fissato il carattere minimo delle scritte, per renderle leggibili. L’unico neo della riforma degli eurocrati prigionieri delle lobby è che il cambiamento deve procedere a tappe, fino al 2016. La norma che prevede l’obbligo di indicare dove sono state macellate le carni, per esempio, entrerà in vigore soltanto nel 2014. Fino a quel momento i cittadini-consumatori dell’Unione europea potranno continuare a mangiare tortellini e hamburger imbottiti con la carne di cavallo. E arrivederci al prossimo scandalo.

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