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Sprechi a Roma: l’affare d’oro dell’immondizia nella capitale

Il sistema Cerroni è l'esempio di dove si può arrivare nella capitale d’Italia infilandosi, con disinvoltura e con spregiudicatezza, nelle maglie larghe delle leggi del nostro Paese

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Più emergenza per i cittadini, più soldi per le sue tasche. Più rischi per salute dei romani, più certezze di pilotare a suo vantaggio le scelte della politica e della pubblica amministrazione. Più caos per tutti con l’immondizia che sommerge la capitale, più garanzie per lui, solo lui, che l’affare dei rifiuti possa continuare ad andare sempre e comunque a pieni giri. Il sistema Cerroni non è solo una diabolica macchina al servizio, per decenni, di una singola persona e della sua attività, con un oleato sistema di protezioni a vari livelli. È anche, e questo è perfino più preoccupante, la fotografia, molto più di uno squarcio, di dove si può arrivare nella capitale d’Italia infilandosi, con disinvoltura e con spregiudicatezza, nelle maglie larghe delle leggi, della burocrazia, delle regole che si gonfiano con norme e timbri e poi si polverizzano nel vuoto dell’impunità.

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Manlio Cerroni ha costruito la sua fortuna riempendo discariche, a partire da quella più nota di Malagrotta dove arrivavano rifiuti “gonfiati” e di fatto non controllati per aumentarne il valore (50 euro a tonnellata). I controlli, appunto. Un sistema di controllo della tracciabilità dei rifiuti (Sistri) esiste sulla carta dal lontano 2009, sotto la competenza del ministero dell’Ambiente. Non ha avuto grande fortuna, con una piena applicazione rinviata di anno in anno, fino all’avvio di una sperimentazione, a distanza di quattro anni dal lancio del sistema, decisa dall’attuale ministro Andrea Orlando nell’ottobre. Intanto, ecco la banale domanda, chi ha controllato i rifiuti delle discariche di Cerroni? E come sono stati fatti questi controlli?

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Da Malagrotta passiamo a Monti dell’Ortaccio, stessa zona, stesso proprietario, cioè Cerroni. Qui, tra firme di autorizzazioni, sentenze del Tar e del Consiglio di Stato, comitati di protesta veri e finti, si è capita bene e con certezza solo una cosa: il rischio della contaminazione delle falde acquifere. Cioè il rischio, per i romani, di bere acqua inquinata. La pratica, gestita e sistemata poi secondo le aspettative di Cerroni, è stata curata dalla sezione provinciale dell’Arpa, l’Agenzia regionale per la protezione ambientale. Peccato che il dirigente dominus in un settore così delicato, Fabio Ermolli, si è ritrovato in un palese conflitto di interessi. Con la mano destra avrebbe dovuto controllare la contaminazione delle falde nei suoli di Cerroni, e con la mano sinistra incassava i compensi dello stesso Cerroni per il quale ha diretto un impianto a Brescia. Domanda: nessuno alla Regione e all’Arpa ha mai avuto il sospetto di un conflitto di interesse così vistoso e ufficiale?

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Acqua sporca, strade sporche. Anche perché a Roma la differenziata è inchiodata attorno al 20 per cento. Almeno secondo le statistiche che però, adesso lo scopriamo dalle carte delle indagini, Cerroni contribuiva in questo caso a “sgonfiare”. Tagliando le gambe a un pezzo essenziale della corretta catena di smaltimento dei rifiuti, appunto la raccolta differenziata, Cerroni non faceva altro che spingere i rifiuti solidi urbani dei romani (5mila tonnellate al giorno) nei suoi impianti. Al comune, e nel ginepraio delle sue società partecipate, nessuno lo aveva capito? Con quale rigore vengono fatti i rilevamenti sulla raccolta differenziata? Intanto i cittadini si sono ritrovati con la città sempre più sporca, con l’incubo di fare il bis del disastro di Napoli, e con una bella stangata di aumenti delle tasse per lo smaltimento.

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Già, il servizio fa pena, i numeri sono infondati, come alcune proteste alimentate da Cerroni contro la possibilità di impianti alternativi ai suoi (vedi Corcolle), ma intanto bisogna mettere mano al portafoglio. Anche perché Cerroni aveva bisogno di tariffe più alte, sempre con la benedizione della Regione, in modo che saltassero fuori i soldi per finanziare il suo nuovo impianto. E adesso che l’immondizia dei romani finisce, come quella dei napoletani, in altre regioni o all’estero, con altro spreco di denaro pubblico, adesso che nella capitale non si vede lo straccio di un sistema efficiente di raccolta e di smaltimento dei rifiuti, abbiamo compreso una cosa: Cerroni non è stato il re, ma il faraone dell’immondizia. Quella vera, e quella che si infila nelle maglie delle leggi che nessuno applica sul serio.

da Il Messaggero