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Abbiamo rimosso la morte, come se non esistesse e non ci riguardasse, ma così sprechiamo la vita

Abbiamo relegato la morte a un problema della medicina, eppure solo la morte ci insegna a non sprecare la vita. Morire fa parte del vivere, e rappresentano insieme lo stesso mistero. Due libri che ci fanno riflettere sul Dopo-dei-Dopi.

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RIFIUTO DELLA MORTE

Scusatemi, ma oggi parlo della morte. Di quello che un grande poeta, quasi novantenne, Guido Ceronetti, ha definito il Dopo-dei-Dopi, il mistero più misterioso di tutti, inscindibile dal suo apparente contrario, la vita, con il quale dobbiamo, prima o poi, fare i conti.

Perché ne parlo adesso? Per il fatto che, mentre escono, contemporaneamente, due libri con autorevoli firme religiose del tema del Dopo-dei-Dopi, noi continuiamo, quasi con cocciutaggine pari al nostro vivere schiacciati sul presente, senza un profilo che ci allunga nel passato e un altro che ci proietta nel futuro, a rimuovere il tema. Come se non esistesse, come se il fatale momento non ci riguardasse. Se non quando, piegati dal dolore, talvolta incomprensibile quanto lancinante, facciamo i conti con un lui o con una lei che ci hanno lasciato per sempre.

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LA MORTE E IL SENSO DELLA VITA

La rimozione della morte è un grande spreco, molto rischioso, se ci riflettete. Per il semplice fatto che «solo la morte insegna a non sprecare la vita» (Salvatore Natoli). Solo l’idea della morte, del Dopo-dei-Dopi, ci spinge all’ambizione di lasciare un segno del nostro vissuto quotidiano, a non essere solo di passaggio, invisibili. A tracciare un profilo di una vita che non sia vuota, sterile, fine a sè stessa. E perfino inutile, dunque sprecata.

Abbiamo relegato la morte a un problema della medicina, perché un dilagante narcisismo, abbinato a un’idea di benessere che sconfina nella ricerca, inutile quanto velleitaria, della (semi)immortalità, ci porta a considerare la fine della vita quasi come un imprevisto. Laddove è vero il contrario: vita e morte sono due misteri, intrecciati uno nell’altro. Non riusciamo più a considerare il morire, a prescindere dalle nostre convinzioni religiose, come una parte del vivere. E allora derubrichiamo dall’agenda dei nostri pensieri, spesso affannosamente sterili e vuoti, il Dopo-dei-Dopi.

IL MISTERO DELLA MORTE

Vi consiglio una lettura di questi due libri, appena usciti, molto diversi, ma simili per un approccio legato anche all’analisi della spiritualità dell’uomo che dobbiamo recuperare.  Monsignor Vicenzo Paglia ha scritto un testo splendido, perfino struggente, intitolato Sorella morte, dignità del vivere e del morire (edizioni Mondadori) mentre il cardinale Camillo Ruini ha pubblicato C’è un dopo? la morte e la speranza (anche questo Mondadori).

Paglia e Ruini, due personaggi lontani per il tipo di profilo che esprimono, perfino agli antipodi sotto certi punti di vista, si avvicinano nel tentativo di dare qualche risposta a quelle domande che non dovremmo farci soltanto nei momenti in cui ci sentiamo alla fine del viaggio. Domande che richiedono tempo, riflessione, ascolto, pensiero lungo e non liquido. I perni di una vita vera, vissuta e non sprecata.

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