Pubblicità ingannevole Poste italiane - Non sprecare
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Pubblicità ingannevole, così Poste Italiane ha illuso i risparmiatori. Costretti a sprecare i loro soldi per ben due volte, come denuncia l’Antitrust

La campagna pubblicitaria “Buono a sapersi”, tra il luglio e l’ottobre del 2018, per vendere buoni fruttiferi e libretti di risparmio aveva un enorme buco nero. E già nel 2015 la società, di fatto controllata dallo Stato, era stata multata per una furbata contro i risparmiatori

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Buono a sapersi.  Il titolo è accattivante e sicuramente azzeccato, dal punto di vista del marketing, per lanciare prodotti di Poste Italiane (buoni fruttiferi e libretti di risparmio) in vendita ai risparmiatori italiani. Quelli che spesso finiscono in qualche strana rete dove rischiano di sprecare soldi, e tanti. Titolo corretto, “Buono a sapersi”, ma campagna pubblicitaria ingannevole, e quindi a danno degli stessi risparmiatori: come ha scoperto l’Antitrust bacchettando pesantemente la società italiana quotata in Borsa. In sintesi: negli spot messi in onda da Poste Italiane non era stato ben messo a fuoco, con la dovuta trasparenza, un piccolo ma non insignificante particolare. I buoni fruttiferi e i libretti di risparmio emessi dalla Cassa depositi e prestiti (Cdp) e venduti da Poste Italiane (oltre 1 milione di clienti in un solo trimestre di durata della campagna) riconoscono degli interessi solo trascorso un primo periodo di tempo, mentre gli oneri fiscali, bolli e tasse, a carico del risparmiatore, possono perfino determinare una riduzione dei soldi investiti. Una perdita. Poste Italiane aveva il dovere di  informare i suoi potenziali clienti, non lo ha fatto, e con l’Antritrust, dopo un inutile batti e ribatti,  ha negoziato una sorta di penale. Dovrà farsi carico dell’imposta di bollo e della ritenuta fiscale sugli interessi dovuti sui buoni fruttiferi (un aggettivo che rischia di sfumare con queste pratiche…) e sui libretti di risparmio sottoscritti dai suoi clienti.

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L’aspetto singolare della vicenda, che rientra a pieno titolo nelle tematiche Non sprecare dedicate alla difesa dei risparmiatori e alla cultura finanziaria del risparmiatore per evitare inganni, è il fatto che Poste Italiane si presenta come una società recidiva in questo tipo di pratiche. Già nel 2015, infatti, l’Antritrust aveva bacchettato e multato la società: una multa di 540mila euro per la pubblicità ingannevole del prodotto Libretto Smart. E, tra il 6 luglio e l’8 ottobre del 2018, durante la campagna “Buono a sapersi”, quindi appena tre anni dopo la maxi multa, Poste Italiane ha fatto il bis. Di nuovo a  danno dei risparmiatori.

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SPOT POSTE ITALIANE BUONO A SAPERSI

Per carità, tutte le aziende quando utilizzano la leva del marketing in modo troppo spinto e poco attento, possono inciampare in un errore. Magari anche non del tutto intenzionale, anche se qui, considerando i due episodi, gli interventi dell’Antitrust su Poste Italiane lasciano più di un dubbio sulla buona o cattiva fede. Ma ciò che più sconcerta riguarda proprio l’identità, l’attività e l’azionariato della società. Poste Italiane è un’azienda da sistema Paese, che certo non si può definire male amministrata, considerando gli ottimi risultati che sta facendo in Borsa e il dividendo che distribuisce agli azionisti (in prima fila lo Stato, azionista di riferimento attraverso la Cassa depositi e prestiti). Eppure un’azienda di fatto pubblica, con diversi e importanti azionisti privati, dovrebbe sentire due obiettivi più forti che mai. Il primo: la trasparenza rispetto all’offerta dei suoi prodotti, che in questo caso impattano su uno dei patrimoni più importanti dell’Italia e degli italiani. Il nostro risparmio. Secondo obiettivo: la qualità dei servizi. Tutti, in un modo o nell’altro frequentiamo gli sportelli postali, e sappiamo bene che diversi servizi sono migliorati (per la verità sono saliti anche i prezzi, e non di poco). Ma la sensazione che abbiamo,  come comunità di Non sprecare, è che ciò non è sempre abbinato a una generale qualità delle prestazioni e alla sua diffusione, in modo omogeneo, in tutta Italia. Ne abbiamo anche parlato in altri articoli.  È il discorso che abbiamo fatto anche a proposito delle Ferrovie Italiane, altra azienda di fatto pubblica e da sistema Paese: bene l’Alta velocità, ma male, malissimo se i treni regionali e locali diventato dei carri per i buoi. E non può esistere un’Italia di serie B, rispetto a un’Italia di serie A, né per  le attività degli uffici postali né per i viaggi in treno. Tantomeno per il risparmio.

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Infine, un’ultima considerazione riguarda la politica e il suo rapporto con le aziende dove lo Stato, e quindi i partiti, hanno un ruolo decisivo. Bisognerebbe certo lasciare in pace, e farli lavorare, i vertici di Poste Italiane, per poi valutarli sulla base dei risultati (non solo quelli di bilancio, ma anche la soddisfazione dei cittadini per i servizi), senza indebite ingerenze. Ma non si può neanche pensare che la politica, quando si tratta di interessi dei cittadini, intervenga solo per nominare, in società come Poste Italiane o in Ferrovie, qualche membro del consiglio di amministrazione, guarda caso indicato dal politicante di turno, e non faccia sentire la sua voce sui diritti dei risparmiatori e dei consumatori. E sulla loro tutela. Un altro modo perverso di esercitare la funzione e la missione della politica, con evidente spreco e perdita di credibilità

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