Perché abbiamo bisogno del digiuno delle parole

Una cura semplice, leggera, per parlare meno e ascoltare di più. E restituire senso e significato alle cose, rispettando le persone

Ci sono tante ragioni per prendere in considerazione, e non solo in tempi di Quaresima, per credenti e per non credenti, il digiuno delle parole. Un esercizio che non significa chiudersi nel silenzio, ma semmai apprezzarlo, come porta d’ingresso principale verso altri desideri. D’altra parte il digiuno, applicato al cibo, è ormai una prassi diffusissima, che periodicamente proviamo a fare non solo per perdere peso, ma anche per depurare l’organismo. Stessa cosa per le parole: ridurne l’uso a profusione che ne facciamo, sicuramente ci aiuta a ripulire il linguaggio, troppo spesso deturpato proprio dalla compulsione con la quale ci esprimiamo.
Parlare meno significa innanzitutto, come diretta conseguenza, ascoltare di più. Il silenzio è una condizione necessaria, anche se non sufficiente per ascoltare quello che altri hanno da dirci. E meno parole in uscita dalla nostra bocca, automaticamente si traducono in più ascolto delle parole pronunciate dagli altri. Tutto questo non può che migliorare le relazioni, ridurre la pressione del nostro narcisismo, e abituarci a cogliere anche le sfumature di ciò che ascoltiamo, senza reagire impulsivamente. L’ascolto, in quanto tale, genera sintonia e comunità, è un fluido magico che aiuta a stare insieme. Perchè nelle funzioni religiose, a partire dalla Messa, si cerca il silenzio? Proprio per far scorrere questo fluido che unisce una comunità. E anche la preghiera, la più alta e la più complessa delle connessioni, richiede silenzio per potersi espandere.
Il digiuno delle parole, al contrario, depotenzia la voglia di conflitto, specie se inutile, e serve a scoprire i meccanismi con i quali riusciamo a non scaricare sull’altro, con il peso delle parole, anche la nostra rabbia e le nostre frustrazioni. Trattenere l’impulso di rispondere subito sviluppa pazienza e dominio di sé, e molte tensioni nascono proprio dalla incapacità di frenare lo voglia di dire la propria.
Come tutte le diete detox, anche quella delle parole rappresenta una forma di disintossicazione. Da che cosa? Dal dilagante linguaggio dominato dall’insulto, dalla volgarità, dal cinismo, dall’incapacità di frenare le parole che possono sempre diventare pietre. Accompagnati dal silenzio, diventiamo naturalmente ispirati alla ricerca della gentilezza (altrettanto contagiosa, come la violenza) e della sobrietà. E selezionare le parole ne ricostruisce il senso, la pienezza, il valore, laddove l’uso eccessivo e sproporzionato le svuota. Lo abbiamo visto con la sostenibilità, una parola-chiave per il nostro futuro, violentata dal suo uso improprio e falso. In base al quale tutto sembra green, eco-friendly, mentre il mondo, a guardarlo da vicino, è sempre meno sostenibile.
Il digiuno, infine, non appanna il desiderio, ma semmai lo rilancia, come sempre avviene quando qualcosa ci manca e non è facilmente alla nostra portata. Anche perché la selezione del linguaggio, il filtro delle parole che usiamo, ci aiuta a fare chiarezza innanzitutto nella nostra testa, a riconoscere la priorità delle cose, a distinguere ciò che conta da ciò che si traduce in un semplice spreco, di energie, di tempo e di relazioni umane.

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