Per non sprecare la vita. "Contro l'anoressia il segreto si chiama amore" | Non Sprecare
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Per non sprecare la vita. “Contro l’anoressia il segreto si chiama amore”

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Quell’immagine non passo’ inosservata: una ragazza senza vestiti, lo sguardo sofferente, il volto prosciugato, il corpo scheletrico. Era l’autunno del 2007 e quello era il manifesto di una campagna shock contro l’anoressia, che avrebbe provocato una scia di polemiche. Dietro l’obiettivo c’era Oliviero Toscani. La modella era l’attrice francese Isabelle Caro. Dopo quasi due anni Isabelle e’ tornata in Italia per presentare la sua autobiografia, La ragazza che non voleva crescere. La mia battaglia contro l’anoressia (Cairo editore).

Un libro dove mette a nudo la sua storia, svela i retroscena della sua infanzia, dello scivolamento verso la malattia che la affligge da quando aveva 13 anni, dei sondini per l’alimentazione forzata e della lotta per guarire.

Sono passati quasi due anni, si e’ mai pentita di aver posato per quegli scatti?
“Si’ e no. Quell’immagine mi ha creato difficolta’ dal punto di vista professionale: gli attori devono avere una faccia neutra, dopo la campagna pubblicitaria registi e colleghi in me non vedevano altro che l’immagine della foto. Ho avuto problemi anche nella vita quotidiana: per gli altri esistevo solo in quanto anoressica, mentre io sono anche una persona, una donna”.

Ormai e’ una faccia nota.
“Certo, ma la gente non sa che cos’e’ la discrezione. Nei negozi mi e’ capitato di incontrare signore che mi chiedevano gli esami medici. Li volevano per le loro figlie, perche’ li usassero nelle tesine di biologia o di scienze”.

Pero’ non rimpiange di essersi mostrata cosi’.
“No, questa vicenda ha un lato positivo: e’ servita per parlare di un argomento per certi versi tabu’ come l’anoressia. Ho voluto fare quella foto – e con uno come Toscani – perche’ sapevo che avrebbe fatto molto rumore”.

Ma secondo lei, con tutta la sequela di accuse e di critiche, il messaggio e’ passato lo stesso?
“Sono convinta di si’. Siamo riusciti a far parlare del tema, anche se il cammino e’ ancora lungo. Nel mondo della moda, ad esempio, il problema non e’ risolto. Hanno votato delle leggi per vietare le modelle troppo magre, ma si continua a chiedere alle ragazze di perdere peso. Lo dico perche’ l’ho visto. Ero nella giuria di un concorso, alcuni stilisti che facevano parte della commissione dicevano alle ragazze, magari quindicenni, che avrebbero dovuto dimagrire. Quegli stilisti erano gli stessi che avevano votato a favore del divieto”.

Con l’autobiografia cerca di dare una sua versione, a polemiche finite?
“Volevo esprimere qualcosa di diverso rispetto all’immagine data durante la campagna. In realta’ il libro non e’ solo sull’anoressia. La prima parte e’ dedicata al “sequestro” da parte di mia madre. Ho vissuto l’infanzia prigioniera di una madre depressa, che non voleva che crescessi, che uscissi di casa, e mi vietava il contatto con gli altri bambini. necessario squarciare il velo su questo tipo di esperienze. Non se ne parla abbastanza, molti non sanno che chi vive queste situazioni si sente in colpa e non racconta nulla per paura di essere preso per pazzo. Il libro e’ anche un grido: un appello a mio padre biologico (Isabelle e’ stata cresciuta da un padre putativo, ndr) e un modo per dire a mia madre che le voglio bene”.

Dopo che e’ diventata famosa, il movimento pro-ana, (gruppi che infestano il web per esaltare l’anoressia come stile di vita, ndr) si e’ scagliato contro di lei.
“Un po’ di tempo fa nel metro’ di Parigi ho incontrato una seguace del movimento, che mi ha perfino dato uno schiaffo. Le loro critiche mi fanno piacere, il mio obiettivo era anche mandare all’aria la loro propaganda”.

Ha avuto reazioni positive dopo la campagna?
“Si’, molte. Alcune ragazze hanno letto il mio libro e hanno capito che non potevano rovinarsi cosi’. Altre che gestivano un sito pro-ana, dopo aver visto le foto, hanno deciso che non vale la pena entrare in una spirale infernale”.

Anche nel suo blog fa informazione di questo tipo?
“Nel mio diario metto in guardia dal pericolo di questa malattia – perche’ deve essere chiaro che l’anoressia e’ una malattia e non un modello di vita – ne denuncio l’orrore”.

Nel libro fa capire che ci sono dei segnali che a volte i genitori, gli insegnanti e addirittura i medici non sanno o non vogliono cogliere.
“Proprio cosi’, c’e’ un rifiuto della societa’ in generale”.

Eppure se ne parla molto negli ultimi anni.
“Il problema e’ che ogni caso di anoressia ha una sua storia. Prendiamo me: sono stata ricoverata piu’ volte in ospedale e in queste occasioni hanno cercato di tagliarmi fuori dal mondo, senza capire che cosi’ riproducevano quell’isolamento di cui ero stata vittima da bambina”.

Quindi secondo lei che cosa bisognerebbe fare?
“Studiare ogni singolo caso, ascoltare, amare chi non e’ capace di amarsi da solo”.

Adesso che cosa sta facendo e, soprattutto, sta bene?
“Sto meglio e ho voglia di andare avanti. Al momento ho molti progetti. A Parigi con la mia associazione, Horizons the’tre, allestisco spettacoli e organizzo corsi. Tra gli allievi c’e’ chi vuole solo imparare a recitare, ma anche chi ha avuto disturbi dell’alimentazione o non si sente a posto con il proprio corpo. Il teatro puo’ aiutare molto, a me ha ridato l’amore per la vita. E poi ho un sogno nel cassetto”.

Quale?
“Pierrette Dupoyet, una famosa adattatrice di testi, mi ha coinvolto in un progetto. riuscita ad ottenere i diritti del film La strada di Federico Fellini per un adattamento teatrale, sta ancora cercando una persona che si occupi della regia, ma ha chiesto a me di interpretare il ruolo di Gelsomina, che fu di Giulietta Masina. Per me e’ un grande onore”.