In teoria, i physician associates (PA) non dovrebbero mai lavorare da soli, ma sempre sotto la supervisione di un medico esperto. E tutte le decisioni importanti (prescrizioni, interventi invasivi, diagnosi complesse) sono prese dal medico, non dal quasi-dottore. Tanto che il quasi-dottore non può neanche prescrivere farmaci e gestire le emergenze. In pratica, però i physician associate si sono allargati, e capita sempre più spesso che i pazienti siano visitati, diagnosi e terapia comprese, da un quasi-dottore.
Il boom di questa figura così ibrida parte da lontano, dagli anni del Covid, quando il sistema sanitario inglese mostra crepe impensabili, con liste d’attesa insostenibili, ingorghi negli ospedali e morti record senza neanche essere riusciti ad avere una prima visita. A quel punto, il governo è corso ai ripari reclutando i quasi-medici, che già esistevano in molti ospedali, ma solo con compiti amministrativi, mentre da dopo il Covid-19 sono diventati una minoranza attiva nelle strutture sanitarie, al punto che si prevede che saranno più di 10mila entro il 2035.
I medici veri continuano a protestare, il presidente dell’Associazione Medica, Tom Dolphin, parla pubblicamente di un “disastro in corso” e denuncia un altro paradosso dei physician associate: guadagnano meglio dei veri dottori, 3.500 euro netti al mese al primo impiego rispetto ai 3.000 euro dei medici. Ma per il momento nessuno osa rivedere la funzione e il ruolo dei physician associate diventati determinanti in un sistema arrivato al collasso.
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