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Ora la dieta per la grassa politica

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 Angelo Panebianco

È sempre stato un argomento capace di suscitare l’indignazione dei cittadini. Ormai, però, è diventato anche qualcosa d’altro: un vincolo economico, una palla al piede per il Paese, una fonte di spesa improduttiva che sottrae risorse alla crescita. È il tema dei costi della politica. Una parte di questi costi è documentata e documentabile. Gian Antonio Stella, sul Corriere di ieri, ha mostrato quanto pesino sulle tasche del contribuente italiano, fra indennità, rimborsi, eccetera, i parlamentari, i consiglieri regionali e gli altri rappresentanti eletti. E il confronto con gli assai più contenuti stipendi dei rappresentanti statunitensi è risultato davvero istruttivo.

I costi documentati sono peraltro solo la punta dell’iceberg. I dati precisi non sono facilmente reperibili ma è certo che il numero di coloro che in Italia vivono «di politica» (la cui fonte di reddito, cioè, deriva, direttamente o indirettamente, dalla politica) è enormemente cresciuto negli ultimi venti anni: c’è chi pensa che sia addirittura quadruplicato o quintuplicato. Non è affatto solo una questione di auto blu e di stipendi di rappresentanti eletti (che sono le cose che maggiormente colpiscono il cittadino). C’è molto, molto di più. Là fuori c’è un vero e proprio esercito, con famiglie a carico, di quelli che potremmo definire «professionisti politici occulti», persone che campano grazie al fatto che la politica (i partiti) li ha piazzati – a livello nazionale, regionale, locale – in consigli di amministrazione, all’interno di società pubbliche, e ovunque essa potesse allungare le mani. Persone che sono in quei posti, per lo più, non per le loro competenze ma per i loro legami politici.

Scommetto che nemmeno al ministero dell’Economia sono in possesso di dati precisi sui «costi reali» della politica in Italia. Ma è certo che se questi costi potessero essere seriamente ridotti, si darebbe un bel colpo alla spesa pubblica improduttiva, si libererebbero risorse diversamente impiegabili.

Solo che ciò è molto più facile a dirsi che a farsi. Per diverse ragioni, alcune tecniche, altre istituzionali, altre politiche. Fra le ragioni tecniche c’è, prima di tutto, come si è già accennato, il fatto che nessuno sa davvero quantificare con precisione questi costi. Soprattutto a livello locale, essendo gli enti locali comprensibilmente restii a fornire dati così «politicamente sensibili». E poi c’è il problema dei diritti acquisiti: tagliare con l’accetta questi costi significa in molti casi toccare emolumenti cui tutte quelle persone pensano di avere ormai diritto. Un taglio drastico scatenerebbe probabilmente una valanga di ricorsi.

C’è anche una ragione istituzionale. La parte forse più consistente degli alti costi della politica chiama in causa la responsabilità delle classi politiche regionali e locali. Un intervento del centro (governo e Parlamento) si scontrerebbe con la difesa della propria autonomia da parte di molte strutture periferiche. Si renderebbe allora necessaria una complessa contrattazione fra centro e periferia del cui esito positivo sarebbe lecito dubitare.

Ci sono poi le difficoltà politiche. I costi della politica sono rimasti fin qui un tema tabù sia con i governi di destra che con quelli di sinistra. Per due motivi. Perché qualunque governo voglia incidere seriamente su quei costi deve essere disposto a fronteggiare rivolte all’interno dei partiti che lo sostengono e negli enti locali controllati da quei partiti. E perché cercare di incidere su quei costi significa spostare gruppi e clientele (e quindi anche voti) verso i partiti avversari. Occorrerebbe davvero un accordo bipartisan, anzi un vero e proprio patto di ferro fra i partiti nazionali, per affrontare sul serio la questione.

C’è infine un’ultima ragione che dipende dagli orientamenti dell’opinione pubblica. Bisogna dire che i cittadini hanno, sulla questione dei costi della politica, atteggiamenti contraddittori. Diciamo che quella dei cittadini italiani è, per lo meno, una indignazione «selettiva». Nulla lo prova meglio dei risultati dei recenti referendum sull’acqua, grazie ai quali è stata abrogata una delle pochissime leggi che sottraeva alle grinfie dei partiti il controllo su «posti» e prebende: nel caso specifico, le nomine in società preposte ai servizi pubblici. La questione dei costi della politica, infatti, si intreccia strettamente con quella del ruolo del potere pubblico. Quei costi (stipendi dei rappresentanti a parte) non sono sostanzialmente riducibili senza un consistente dimagrimento dello Stato e degli enti pubblici locali, senza spostare, tramite privatizzazioni, verso il mercato compiti gestionali e prerogative oggi in mano al «pubblico» (ossia, ai partiti). Ma non sempre il cittadino che si indigna è anche disposto a trarre le dovute conseguenze, a consentire con politiche di riduzione del peso dello Stato (che contribuirebbero ad abbattere quei costi).

A parole, siamo (quasi) tutti d’accordo: i costi della politica vanno drasticamente ridotti. Passare all’azione richiederebbe però maggiore consapevolezza dei problemi da affrontare.