Questo sito contribuisce all'audience di

Onu: “I soldi da soli non fanno crescere. Ricchezza significa più salute e istruzione”

di Posted on
Condivisioni

Ricchezza può non voler dire sviluppo umano: se per crescita s’intende più salute, più istruzione, un benessere misurato non guardando solo ai soldi, alla produzione di beni e al loro consumo, allora si scopre che la popolazione di uno Stato può svilupparsi anche senza crescita economica. Lo dice il Rapporto 2010 del Programma della Nazioni unite per lo sviluppo, presentato oggi, che già nel titolo indica intenti e risultati della ricerca: "La vera ricchezza delle nazioni: le vie dello sviluppo umano". Analizzate questa volta basandosi, oltre che sul classico indice di sviluppo che include aspettative di vita, accesso alla conoscenza e standard di vita dignitoso, anche in base a tre nuovi indici, misurati in 104 Paesi: disuguaglianza – che misura reddito, accesso alla salute, accesso all’istruzione – disuguaglianza di genere – che misura disparità nella salute riproduttiva, nell’accesso all’istruzione e nella presenza sul mercato del lavoro – e l’indice multimediale della povertà – che usa ben dieci parametri per stimare quanto gravi siano le privazioni di salute, benessere, conoscenza.

I maggiori progressi. Lo spiega bene, nel presentare il rapporto, Antonio Vigilante, direttore del Programma Onu per lo Sviluppo a Bruxelles, con l’esempio di tre Stati "non tipicamente descritti come casi di successo", Etiopia, Cambogia e Benin, che pure sono arrivati quasi in cima alla classifica di chi ha compiuto i maggiori progressi negli ultimi quarant’anni, che stimati

globalmente sono, per tutti i 169 Paesi esaminati insieme, del 41%. Il primo al mondo è l’Oman, che ha quadruplicato aspettative di vita, regitrazioni scolastiche e alfabetizzazione. Seguono la Cina, che se si prendesse in esame solo il reddito sarebbe prima, Nepal, Indonesia, Arabia Saudita, Laos, Tunisia, Corea del Sud, Algeria, Marocco. E anche fra questi primi dieci ci sono nazioni estranee al miracolo economico come il Nepal o la Tunisia. Seguono appunto l’Etiopia, undicesima, la Cambogia al quindicesimo posto e il Benin al diciottesimo. Ma sono poi i Paesi dove esistono sia ricchezza che sviluppo umano a guidare la classifica generale, perché si tratta dei casi virtuosi nei quali la ricchezza ha saputo tradursi in vero progresso per l’intera popolazione. Al primo posto c’è la Norvegia, seguita da Australia, Nuova Zelanda, Stati Uniti, Irlanda, Liechtenstein, Paesi Bassi, Canada, Svezia, Germania. L’ultimo è lo Zimbabwe. A risalire, lo precedono la Repubblica democratica del Congo, il Niger, poi Burundi, Mozambico, Guinea-Bissau, Ciad, Liberia, Burkina Faso, Mali.

Chi cresce e chi rallenta. "Le notizie positive – spiega Vigilante – in realtà sono molte. La registrazione scolastica è salita dal 55 al 70%, l’alfabetizzazione dal 23 al 65%, l’aspettativa di vita è cresciuta di undici anni, in certi Paesi come l’Oman, appunto, è aumentata di 27 anni. Purtroppo ci sono nazioni come Russia e Ucraina dove invece è calata di due anni, o la Bielorussia che ha perso un anno. Il crollo delle istituzioni, della sanità, in quei Paesi, ha prodotto questo risultato. Sono fra i Paesi "lenti", come tutta l’Europa orientale. I maggiori progressi in tutti i campi sono comunque in Asia e Paesi Arabi".

L’Italia in bilico. Il nostro Paese è cresciuto del 22%, arrivando a un valore complessivo di 0.854, che però resta sotto lo 0.879 che rappresenta quello medio dei Paesi Ocse. E nella classifica generale è il numero 23, superato da Spagna, Grecia, Corea. Quanto al miglioramento nello sviluppo, siamo quarantaduesimi. Nel reddito, a parità di potere d’acquisto, siamo scesi del 12%. Risaliamo, con un nono posto, nell’indice di disuguaglianza di genere: le italiane hanno un’istruzione medio-alta al 77% (gli uomini all’84%) e più di una su due lavora: il 52%, mentre sono tre su quattro (75%) gli uomini che lavorano.

Le differenze sociali. L’indice corretto secondo i criteri di valutazione della disuguaglianza provoca un calo medio del 22% dell’Indice di sviluppo umano – e l’80% delle 104 nazioni esaminate registra un calo superiore al 10% mentre sei Paesi ogni dieci (il 40%) hanno una perdita di oltre il 25%. A perdere meno punti (solo un 6%) è la Repubblica Ceca. Il peggiore, con un 45% di flessione, è il Mozambico. Brutte cifre anche per Namibia (-44%), Repubblica centroafricana (-42%) e Haiti (-41%). L’area con la situazione peggiore è l’Africa sub-sahariana.

Le donne. L’indice della disuguaglianza di genere invece fa perdere, nei parametri dello sviluppo umano, un 17% ai Paesi Bassi, che pure sono i migliori, seguiti da Danimarca, Svezia e Svizzera. Lo Yemen perde l’80%. Gli ultimi in classifica, che perdono fino all’85%, sono di nuovo Repubblica centroafricana e Haiti, insieme al Mozambico. Nel gruppo dei Paesi ad alto indice di sviluppo il Qatar è il più lontano dall’uguaglianza, mentre il Burundi è il più vicino all’uguaglianza fra i Paesi a basso indice di sviluppo e la Cina lo è fra i Paesi a medio indice di sviluppo.

I veri poveri. L’indice multidimensionale della povertà, infine, rivela che ci sono 1,7 miliardi di persone nei 104 Paesi analizzati che vivono in povertà multidimensionale. E sono molti di più dell’1,3 miliardi di persone che in quei Paesi vivono con 1,25 dollari al giorno. L’area con incidenza maggiore è, di nuovo, l’Africa subsahariana, sebbene metà della popolazione mondiale colpita da povertà viva in Asia meridionale (844 milioni di persone) mentre solo un quarto vive in Africa (458 milioni di persone).

La misura del benessere.
"Questo rapporto ci conferma come la povertà sia assenza di potere decisionale di persone, comunità e popoli – interveniva alla presentazione Francesco Petrelli, presidente dell’Associazione Ong Italiane – e conferma che la diseguaglianza va analizzata sia nei fattori materiali che in quelli immateriali. Cioè la democrazia, il ruolo della società civile, la possibilità di accesso ai mezzi di comunicazione. La misura del benessere non sono solo i soldi, infatti. E come il rapporto ci permette di capire, serve sempre più un’economia dello sviluppo globale, non solo di produzione di beni e di consumo. Anche il problema di una redistribuzione del reddito resta: serve comunque a favorire una maggiore equità e di conseguenza ad aiutare uno sviluppo uguale per tutti".