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Nucleare, quanti dubbi dopo la tragedia in Giappone

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Invidio chiunque, dopo la tragedia giapponese, sia capace di manifestare certezze assolute sul nucleare e sul suo futuro. E confesso la mia impotenza: io ho molti dubbi. Provo a mettere in fila,  in uno sforzo di chiarezza, quelli che mi sembrano gli elementi più importanti per maturare qualche convinzione. Dopo Fukushima nulla sarà come prima, e non è un caso se i due paesi europei più avanzati per il numero di centrali nucleari presenti nei loro territori, la Francia e la Germania, abbiano deciso di  «tirare le conseguenze degli avvenimenti giapponesi». I rispettivi governi riflettono, sicuramente chiuderanno gli impianti più vecchi e non escludono scelte più radicali. In ogni caso è evidente che l’impianto di Fukushima andava chiuso prima, visto che è stato costruito con una tecnologia vecchia ormai di mezzo secolo. A questo punto le ipotesi sono due: se gli effetti delle perdite dei reattori giapponesi saranno catastrofici, il nucleare subirà uno stop definitivo nel mondo; in caso contrario, ci saranno solo delle correzioni ma questa opzione energetica resterà in campo. Qualsiasi paragone con Chernobyl è improprio, perché in quella centrale si concentravano tutti i ritardi politici, amministrativi e scientifici del regime sovietico: quello fu un disastro dovuto esclusivamente agli errori umani, qui siamo di fronte alla Natura che mostra la sua assoluta imprevedibilità.

Adesso che la questione nucleare è sul tavolo delle sedi europee auguriamoci che si arrivi a qualche decisione condivisa. Ma la posizione italiana appare già molto fragile. Il nucleare è necessario per arrivare a un mix di fonti energetiche che ci liberi dalla dipendenza dal petrolio, una risorsa che nei prossimi dieci anni arriverà, per il 90 per cento dei rifornimenti, da paesi a rischio geopolitico, instabili e inaffidabili come la Libia di queste settimane. E’ necessario ma non indispensabile, specie di fronte alla sicurezza dei cittadini. Chi parla, in modo trionfale, di eolico e solare come uniche alternative possibili, utilizza argomenti infondati, perché si tratta di tecnologie giovani, costose e sul cui rendimento non possiamo fare grande affidamento, almeno nel breve termine. Dunque, il nucleare serve, sebbene la nostra salute venga prima di qualsiasi obiettivo di efficienza energetica. La scossa sismica in Giappone ci pone di fronte alla necessità di riaprire la discussione, in tutte le sedi, sul futuro del nucleare, mettendo con trasparenza sul tavolo le valutazioni scientifiche, i costi e i benefici del piano. E innanzitutto i rischi. Una politica che esercita il suo diritto-dovere al dubbio, cosa ben diversa dall’impotenza, è più forte in momenti così delicati. Purché sappia prendere atto di una volontà che viene prima di quella dei governi e dei parlamenti: parlo della volontà degli italiani. Se loro dovessero scegliere, dopo tutte le valutazioni del caso, per il no al nucleare non resterebbe che prenderne atto.