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La rivoluzione di Facebook: presto potremo dire anche “non mi piace”

Più precisamente l’icona da cliccare diventerà “mi dispiace”. L’obiettivo è di rappresentare anche le emozioni negative di 1 miliardo e mezzo di iscritti. Ma sullo sfondo ci sono anche gli interessi della torta della pubblicità da dividere con Google.

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TASTO NON MI PIACE FACEBOOK –

Dislike, non mi piace. È bastato un accenno del geniale Mark Zuckerberg per mettere scompiglio nella Rete e allertare i più importanti siti di news del mondo su una rivoluzione in arrivo sul web: le porte di Facebook si aprono alla possibilità di una secca alternativa al Mi piace, ovvero al suo contrario. In realtà Zuckerberg e sta studiando qualcosa che non stravolga la sua comunità, 1 miliardo e mezzo di fan, ma semmai assecondi una nuova domanda di partecipazione. «Stiamo lavorando all’innovazione e siamo prossimi a entrare in una fase di test» annuncia il fondatore e ceo di Facebook. E poi avverte: «Ma non diventeremo mai un forum, che divide i commenti positivi da quelli negativi. Non è il nostro tipo di comunità…». È molto probabile, quindi, che più di un Non mi piace, vedremo presto sul social più trafficato del pianeta qualcosa come Mi dispiace. Ovvero, un ennesimo tassello nella direzione dell’empatia e della possibilità di mantenere e consolidare relazioni, che solo alla base del successo di Facebook.

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METTERE NON MI PIACE SU FACEBOOK –

Ma che cosa nasconde la svolta di Zuckerberg? Quali sono i suoi reali obiettivi, in un universo dove chi si ferma è perduto? In realtà c’è innanzitutto un traguardo emozionale: serve una possibilità di partecipazione in caso di eventi tristi, luttuosi. Fatti che non possono essere condivisi attraverso il Mi piace. Spiega Zuckerberg: «Amici e familiari vogliono comunque, e in ogni circostanza, essere in grado di dirti che ti capiscono e che ti sono vicini». Questo significa che la svolta di Facebook incrocia un mood della Rete finora scoperto. Quando 1 miliardo di persone, come è accaduto il 28 agosto scorso, sono contemporaneamente connesse allo steso social, è chiaro che una buona parte di loro ha motivi per essere triste, e cerca partecipazione, quasi solidarietà. È il meccanismo del necrologio: l’amico è vicino nel momento del lutto, e tu lo senti attraverso quelle frasi in neretto che compaiono sul giornale. Con questa apertura, il controllo di Facebook sulla nostra sfera emotiva si allarga, fino a comprendere stati d’animo opposti.

DISLIKE BUTTON FACEBOOK –

In secondo luogo i social stanno soffrendo, in tutto il mondo, di una crisi di contenuti legata all’uso dello strumento. È diventata virale un’affermazione categorica di Umberto Eco: «Queste piattaforme danno diritto di parola a milioni di imbecilli». Facebook come una sorta si sversatoio di frustrazioni, scatti di ira e di ignoranza. Con il rischio di alimentare rancori e solitudine, laddove i social hanno sempre promesso empatia e comunità. La mossa di Zuckerberg diventa così una sorta di prevenzione nei confronti di chi è pronto a rimuginare sul web, e riconverte l’onda negativa a valori positivi. La tristezza e l’ignoranza non tracimano nella rabbia, ma vengono depurate da un senso di vicinanza, costitutivo della relazione virtuale.

TASTO DISLIKE FACEBOOK –

Sentimenti, stati d’animo, condivisioni: a valle dell’irrazionale, che Zuckerberg ancora una colta intende governare, c’è poi la lucidissima questione materiale dei messaggi pubblicitari. Facebook è una gigantesca macchina di investimenti nell’advertising, ma è ancora un nano rispetto al colosso Google. Controlla, infatti, solo l’8 per cento dei ricavi pubblicitari globali, rispetto al 32 per cento nelle mani del concorrente Google. Per ridurre la distanza, Zuckerberg ha prima lavorato sull’ampliamento dell’offerta, portando nel perimetro del suo impero piattaforme come Whatsapp (800 milioni di fan) e Instagram (300 milioni di utenti). Adesso tenta il colpaccio, creando una nuova sponda interna a Facebook, per il suo popolo ben profilato per i grandi investitori pubblicitari. Mettere in campo una funzione del tipo Mi dispiace in alternativa a Mi piace, significa, sotto questo punto di vista, rafforzare l’ancoraggio della comunità al mezzo, e fare felici le aziende che sponsorizzano i messaggi sulla piattaforma creata ad Harvard appena 11 anni fa. È come chiudere un cerchio di opzioni per l’utente, che valgono denaro contante sul mercato pubblicitario. Le possibilità di condivisione dei post si allargano, senza snaturare l’essenza dello strumento: e questo non può che piacere a chi investe sulla comunicazione nella Rete per vendere i propri prodotti. Zuckerberg lo sa bene, e ha trovato il modo, con una sola parola, di aprire meglio il portafoglio dei suoi clienti.

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