Londra verde, sotto il segno delle Olmpiadi | Non Sprecare
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Londra verde, sotto il segno delle Olmpiadi

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Enrico Franceschini

 

LONDRA – La prima impressione, quando si entra nel grande cantiere del Parco Olimpico per i Giochi 2012 a trecento giorni dal via, è la scoperta di quanto in realtà sia piccolo: appena 2 chilometri e mezzo quadrati, mezza dozzina di impianti ravvicinati più le infrastrutture, un panorama raccolto, che si abbraccia tutto intero in uno sguardo. La seconda impressione, ascoltando la guida del comitato organizzatore che ci accompagna, è che sia costato (relativamente) poco: 9,3 miliardi di sterline, un quarto dei 36 miliardi che fu il budget (ufficiale – quello vero è stato ben più alto) dei Giochi di quattro anni fa a Pechino. La terza è che non sembra di entrare in un Parco Olimpico, bensì – perlomeno per chi ci è stato – nella striscia palestinese di Gaza: soltanto Israele organizza controlli così arcigni e meticolosi, passaporto, reticolati, sbarramenti, metal detector, scanner, cani poliziotto che annusano sotto le auto e dentro ogni borsa. Benvenuti alle Olimpiadi dell’ austerity e della paura.

Se quelli del 2008 furono i Giochi dell’ affermazione della nuova supremazia della Cina, la nazione con più campioni, più medaglie, più soldi, più abitanti (e più soldati e poliziotti in grado di scongiurare non solo qualsiasi attentato ma pure un chewing-gum sputato per terra), quelli del 2012 scandiranno l’ era della crisi, del risparmio e dell’ incubo terrorismo. Non per nulla l’ attacco degli estremisti islamici che fece 60 morti e centinaia di feriti nel metrò di Londra venne proprio il giorno dopo l’ assegnazione dei Giochi alla capitale britannica: e per evitare che qualcuno ci riprovi durante le gare, tra il 27 luglio e il 12 agosto dell’ estate prossima, le autorità hanno predisposto eccezionali misure di sicurezza. Fin da ora si entra nel Parco Olimpico come in una fortezza o in una prigione, e tra poco non ci si entrerà nemmeno più: quella a cui partecipo, organizzata dalla General Electric, una dei dodici sponsor principali dei Giochi, sarà una delle ultime visite concesse ai media o ai turisti. A fine gennaio, sei mesi prima della cerimonia d’ inaugurazione, il Parco verrà chiuso ermeticamente a tutti, sigillato e riesaminato metro per metro dai servizi segreti, per indagare qualunque possibile pericolo o minaccia. Ed entrarci non sarà tanto semplice neppure nel corso dei Giochi: l’ accesso verrà ristretto solo ai possessori di biglietto, ciascuno dei quali è stato identificato attraverso una lotteria per assegnare gli 8 milioni e 800mila posti disponibili, per accedere alla quale occorreva fornire via web una mole di informazioni sull’ acquirente degna di uno stato di polizia. Ma in questi giorni uno spettro si aggira per l’ Europa, parafrasando Karl Marx che giace sepolto da queste parti, ed è perfino più spaventoso del terrorismo: lo spettro di una nuova crisi economica, della Grande Depressione iniziata giusto quattro anni fa, nel 2008, quando Pechino passò il testimone a Londra, e che non accenna a finire. Per questo i Giochi 2012 sono stati concepiti in modo opposto a quelli cinesi. L’ esigenza era contenere i costi e non

solo: occorreva convogliare le spese verso progetti di utilità sociale permanente, anziché creare cattedrali dello sport destinate a rimanere vuote o di scarso uso futuro. Così il Parco Olimpico è sorto a Stratford, nell’ East End più misero di Londra, la zona più infestata dalle gang giovanili e con la più bassa durata media della vita in tutta la metropoli, una terra di nessuno sporca, inquinata, degradata, che uscirà dai Giochi completamente trasformata: canali ripuliti, giardini con 4 mila alberi al posto delle paludi, lo shoppingcenter più grande d’ Europa (Westfield, che ha aperto due settimane fa e ospitato già un milione di visitatori) e soprattutto impianti e strutture che resteranno alla comunità. Lo stadio olimpico, ristretto da 85mila a 55mila posti, diventerà lo stadio di calcio del West Ham.

L’ Acquatic Center disegnato dall’ architetto del momento, Zaha Hadid, britannica d’ origine irachena, diventerà una piscina pubblica con tribune da 3mila posti (invece dei 17mila approntati per le competizioni olimpiche). Gli appartamenti e le casette del villaggio olimpico, dove l’ estate prossima vivranno 17mila atleti e staff, saranno riciclati in case private e alloggi popolari. E gli impianti che qui non servirebbero più, i palazzetti per basket, pallavolo, pallamano, più un buon numero di infrastrutture come il centro stampa, verranno smontati, portati via e rimontati in altre città dell’

Inghilterra. Le Olimpiadi regaleranno dunque a Londra un quartiere nuovo di zecca, una "London 2" che contribuirà a spostare l’ ago della bilancia cittadina dal West End all’ East End, dove finora i turisti si avventuravano solo per una capatina ai ristoranti bengalesi di Brick Lane (attirati dal romanzo omonimo di Monica Alì) e al mercatino di Spitafields, ma che era già da tempo per gli indigeni del luogo la zona più "cool" della capitale, con i locali notturni, le gallerie d’

arte, i loft più trasgressivi e all’ avanguardia. Toccata dalla bacchetta magica dei Giochi, la vecchia East London degli immigrati, dei docks del porto fluviale, dei pub di Jack lo Squartatore, rinascerà non solo funzionale e ripulita ma anche ecologica: ogni intervento locale della General Electric, sponsor energetico delle Olimpiadi, miraa risparmiare consumoe ridurre emissioni di carbonio, dalle lampadine ai generatori alle auto elettriche. Cosicché Stratford, la nuova città nella città battezzata dai cinque anelli olimpici, sarà anche un modello di città futura per la megalopoli di

12 milioni di persone che le sta intorno, e per i 200 e passa paesi partecipanti ai Giochi. Piccolo, risparmioso, "verde" e (si spera) a prova di bomba, il Parco Olimpico è venuto anche bello. Non è ancora finito, ma tra ruspe, trattori, gru, cavi, tubi e 14mila operai (il 20 per cento dei quali di provenienza locale: anche questo per arricchire la comunità), si intravede già il risultato finale: ed è spettacolare.

Il 27 luglio prossimo il Parco risplenderà attorno alla Orbit Tower, specie di gigantesca torcia rossa alta oltre 50 metri, disegnata dal grande scultore Anish Kapoor, dotata di piattaforma-osservatorio su cui potranno salire 5 mila visitatori al giorno per godere da lassù la vista del Velodromo firmato da Michael Hopkins, altro titano dell’

architettura, finalista al Premio Sterling con questo ondulato monumento alle due ruote, e di tutti gli impianti di un villaggio che celebra fra l’ altro l’ inventiva del design inglese, o per meglio dire londinese, ossia del luogo in cui si riunisce in un mix eccitante ed armonioso il talento creativo multietnico di mezzo mondo. «Sì, è bello», dice guardandosi intorno con orgoglio il nostro accompagnatore Mark Beaman, «e in più è perfettamente in linea con la tabella di marcia, anzi in anticipo sui tempi di consegna, e pur andando così di corsa non abbiamo sofferto una sola fatalità, nessun incidente mortale e nemmeno un grave infortunio sul lavoro, è la prima volta che succede nella costruzione di un Parco Olimpico». Registriamolo come il primo record dei Giochi che iniziano fra trecento giorni. Certo, dall’

opulenza imperiale di Pechino 2008 all’ austerity sensibile e prudente di Londra 2012, il passo è grosso. L’ augurio di lord Colin Moynihan, presidente dell’ Associazione olimpica britannica (ed ex-olimpionico lui stesso), è che non sia necessariamente un passo indietro: in avanti, piuttosto. In fondo le trionfali Olimpiadi di Pechino ci portarono dritti dentro la crisi del capitalismo globale. Speriamo che quelle di Londra, capitale della finanza ed epicentro del crac bancario, ci spingano l’ estate prossima, tra una finale d’ atletica leggera e un tuffo dal trampolino, fra un salto in alto e una schiacciata a canestro, verso un capitalismo più sano e sostenibile.

 

 

 

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