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Le spese folli che isolano il Sud

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All’Ipad hanno rinunciato. E magari nei prossimi giorni faranno qualche passetto indietro anche per altri benefit: il frigobar nella stanza, il Telepass, la tessera Viacard. Colti in flagrante dalle inchieste del Mattino, i consiglieri regionali della Campania, dopo qualche funambolesca difesa d’ufficio, hanno messo la retromarcia su queste spese che possono essere iscritte in bilancio con una sola voce: Sprechi e privilegi. Qui non conta la procedura amministrativa, chi ha avviato la pratica, quali sono le consuetudini della ditta. No, qui conta solo il fatto: in una regione sommersa dai debiti, dove non si pagano le fatture delle Asl e si aumentano le aliquote Irpef e Irap, gli “eletti del popolo”, già beneficati con stipendi pallonari (oltre 13mila euro netti al mese) hanno pensato bene, con prassi e votazione bipartisan, di assegnarsi delle ricche dotazioni di varia natura per il loro lavoro. Non si tratta di reati o di abusi d’ufficio, ma semplicemente di un malcostume che sorprende per la spudoratezza e si somma ai costi di una regione dove per 60 consiglieri lavorano 500 dipendenti, con un rapporto di oltre uno a otto.

Purtroppo, quando si tratta di finanza allegra, a Napoli non si è mai soli. E mentre alla regione si correi ai ripari di fronte allo spreco del kit del consigliere, alla provincia e al comune si continua ad amministrare come se fossimo in tempi di vacche grasse, quando tutto era concesso e nessuno protestava. Luigi Cesaro, presidente della provincia, ha proposto uno stanziamento per l’edilizia scolastica ad personam, o meglio con un occhio di particolare riguardo al suo collegio elettorale. Alla provincia non si vota a breve, ma con l’aria che tira è meglio coccolare gli elettori giorno per giorno, delibera dopo delibera. Così uno stanziamento di circa 30 milioni di euro è stato diviso in due parti: 15 per la costruzione di un Centro polifunzionale a Sant’Antimo, la terra natia del presidente, e 15 per la ristrutturazione di altri 71 istituti sparsi nei comuni della provincia. C’è uno squilibrio piuttosto sospetto, certo, ma consentito visto che si tratta degli elettori di casa e il territorio va presidiato: così deve avere pensato il presidente Cesaro.

Al Comune, invece, donna Rosa Russo Iervolino vuole scolpire le ultime tracce dei suoi mandati e lasciare in eredità al successore qualche debito in zona Cesarini, tanto euro in più o in meno, il dissesto finanziario di Napoli è già da bancarotta. L’idea è di “stabilizzare”, un verbo che nasconde sofisticate assunzioni clientelari, 170 lavoratori socialmente utili nella pianta organica di palazzo San Giacomo e in quelle società partecipate, sommerse di debiti, che all’uopo funzionano da perfetti ammortizzatori sociali. La spesa è di circa 3,4 milioni di euro e i nuovi contratti scadranno nel 2014: quindi come trovare i soldi per pagare il conto non è un problema della signora Iervolino, ma del nuovo sindaco che arriverà dopo le elezioni della prossima primavera. Intanto 170 lavoratori, con le loro famiglie, rappresentano pur sempre un discreto gruzzolo di voti da richiedere in campagna elettorale.

Regione, provincia, comune: i metodi di spesa in Campania sono sempre uguali. Non hanno colore politico, e non denotano differenze sostanziali tra i due schieramenti che governano. In un momento nel quale il Sud è sotto attacco per la pessima qualità della spesa pubblica da parte delle amministrazioni locali,  questi comportamenti, sommati al pregresso, rendono indifendibile il Mezzogiorno e rischiano di contribuire alla sua fama di “palla al piede” del Paese. Il conto così raddoppia: da un lato soldi che si sprecano, dall’altro una credibilità che si sfarina. E porta acqua al mulino di chi vuole dividere l’Italia.