La sobrietà al salone del mobile | Non Sprecare
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La sobrietà al salone del mobile

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di Aurelio Magistà

 

MILANO. Voglia di sobrietà al Salone del mobile che è appena cominciato. Buon segno. Non stiamo parlando dei tanti appuntamenti che accendono le sere di Milano, dove l’obiettivo è sedurre e sorprendere, e dove quindi la sobrietà, per definizione, non potrà mai essere protagonista: proprio stasera, per esempio, da Meritalia in via Durini ci sarà Lapo Elkann – un tipo creativo ma certo non low profile –  per presentare la nuova  Fiat 500 design collection che celebra la mitica utilitaria. 

Stiamo parlando piuttosto delle tendenze dell’arredamento, dove soffia sempre più consistente il vento di un nuovo rigore formale. Si tratta di un buon segno, se si vuole dare credito alla tesi, controversa ma sostenuta da riscontri storici anche in ambiti diversi, come la moda, secondo cui in tempi di crisi si cercano forme sontuose e richiami all’opulenza in chiave consolatoria, mentre il benessere rilancia asciuttezza e rigore. La fine della crisi, quindi, sarebbe confermata anche da questo trend creativo. E parlando di design c’è un’importante pietra di paragone: il minimalismo degli anni Ottanta e di un’Italia ingorda, l’epoca della Milano da bere che proprio a Milano, con Tangentopoli, cominciò a tramontare. 

La pulizia formale di oggi però è profondamente diversa dal minimalismo, e non solo nel backgroud di valori civili. come spiega Davide Malberti di Rimadesio, un marchio che storicamente ha nella sobrietà la propria cifra stilistica, al di là di cicli e tendenze, e che quindi ha i migliori titoli per valutare: “Il ritorno della pulizia formale è interessante perché si coniuga talvolta con una sapiente ricerca sul colore. Rispetto al minimalismo c’è una differenza importante: la neosobrietà non è estrema; non ha gli eccessi di sottrazione che nel minimalismo finivano per penalizzare la funzione e diventavano un’eccesso alla rovescia. Oggi la funzione, che resta centrale, deve accordarsi con altri caratteri, dall’ecosostenibilità  all’immagine complessiva del marchio. Insomma: il mix più equilibrato e complesso”. Il designer che probabilmente più di tutti ha eletto la sobrietà a stile è Rodolfo Dordoni, che infatti è l’ispiratore di un marchio come Minotti. “Il design ha vissuto momenti di esibizionismo esagerato”, polemizza Dordoni, “spero davvero che siamo a un cambiamento di rotta”. E nota: “In fondo anche il minimalismo, nel bene e nel male, è arrivato come una boccata d’ossigeno, in risposta al postmoderno”. 

Qualche esempio concreto? Intanto, il divano Allen di Minotti ideato proprio da Dordoni, che accorda il rigore formale al comfort dello schienale alto, o la madia Charlotte di Giuseppe Bavoso per Rimadesio: squadrata, perfino severa, ma con meccanismi “intelligenti” e vernici all’acqua; interessante la ricerca della sedia Razor, rasoio, di Mauro Lupparini per Bonaldo, dal segno schietto ma non ovvio. La pulizia formale qualche volta diventa perfino una sfida. Come definire altrimenti il sottilissimo piano di 25, il tavolo di DeSalto? Solo 25 millimetri per una lunghezza fino a 3,5 metri: una soluzione “impossibile” ottenuta usando il “solid surface”, un composito di alluminio, resine e carbonio.

 

 

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