Difendere i tassisti, per chiunque utilizzi con frequenza questo servizio pubblico, è praticamente impossibile, in qualsiasi città del mondo, tranne a Tokyo, che sembra una metropoli di marziani, dove gli autisti di taxi sono gentili, onesti ed efficienti. Eppure quella che doveva essere l’alternativa all’arroganza, e ai costi, dei taxi, la famosa piattaforma Uber, si sta rivelando un rimedio peggiore del male. Con un serie di promesse non mantenute e trasformate in altrettante bugie.
Uber doveva innanzitutto aprire il mercato alla concorrenza, e consentire di abbassare i prezzi delle corse dei taxi, integrandole con i mezzi pubblici. Più corse brevi, alla portata di tutti, con un sistema a tre punte: mezzi pubblici, taxi e Uber. In realtà è accaduto esattamente il contrario, innanzitutto grazie alla classica furbata da società internettiana: prezzi bassi nella prima fase, quella del lancio, e poi adeguamento delle tariffe fino a renderle più care delle tradizionali auto gialle o bianche.
La piattaforma ormai è un colosso mondiale dell’high tech,con un potere lobbistico molto penetrante, in grado di sedurre gli amministratori pubblici e i governanti in qualsiasi paese del mondo, tanto da essere ben radicata in oltre 70 nazioni. Il meccanismo di penetrazione in un mercato è molto collaudato e segue sempre lo stesso schema. Quando Uber arriva, per conquistare il consenso dei consumatori e dell’opinione pubblica, e vincere il braccio di ferro con la corporazione dei tassisti, propone tariffe più basse dei taxi tradizionali, sconti e promozioni per chi sceglie la piattaforma e un bonus agli autisti che si iscrivono e accettano le corse. Tutto questo castello di promesse si smonta in un attimo, appena Uber ha consolidato la sua posizione sul mercato dove ha fatto il suo ingresso. A quel punto, utilizzando il meccanismo degli algoritmi, per far lievitare le tariffe, i prezzi di Uber salgono, e nelle ore di punta diventano anche più alti rispetto ai taxi tradizionali; la convenienza e l’integrazione con altri mezzi pubblici scompaiono, e lo stesso accade per i bonus e le promozioni. Intanto gli autisti diventano i tipici lavoratori sfruttati e trattati con i noti metodi da gig economy. In particolare diventano proibitivi i costi delle corse che avrebbero dovuto essere più vantaggiose, ovvero quelle per lunghi percorsi, come per esempio da e per gli aeroporti: quasi sempre Uber costa più di un taxi tradizionale, con il quale è facile ottenere una tariffa scontata attraverso una convenzione.
Una ricerca pubblicata da un gruppo di studiosi del Department of Computer Science dell’University of Oxford ha analizzato 1,5 milioni di corse Uber nel Regno Unito tra il 2016 e il 2024 e ha trovato che:
- Dopo l’introduzione di un nuovo sistema di tariffazione dinamica nel 2023, i prezzi pagati dai passeggeri sono aumentati rispetto al passato.
- La percentuale della tariffa che Uber trattiene (la “take rate”, cioè ciò che resta all’azienda dopo aver pagato l’autista) è aumentata, rendendo le corse più costose per l’utente finale.
- In alcuni casi Uber trattiene oltre la metà del valore della corsa a causa di questa tariffazione algoritmica.
Al netto dell’inflazione, il reddito orario degli autisti è sceso da oltre 22 sterline a poco più di 19 sterline, sottratti i costi operativi, e gli autisti trascorrono più tempo non retribuito in attesa di corse rispetto a prima. La commissione di Uber è aumentata da circa il 25% al 29% e, in alcuni casi, Uber ha incassato oltre la metà del valore della corsa.
Gli autisti di Uber sono sfruttati più volte. Ricevono un salario minimo, in alcuni paesi come gli Stati Uniti, ma è talmente irrisorio da risultare finto: 5,64 euro all’ora. Sono classificati come “subappaltatori autonomi”, quindi non hanno alcuna tutela prevista dallo status di dipendente con la qualifica di autista, gli incentivi richiesti sono sempre rimasti sulla carta. Allo stesso tempo Uber ha pesantemente danneggiato i tassisti che devono fare i conti con la sua concorrenza sleale, non tanto sulle tariffe quanto sulla diminuzione del valore delle licenze. Eppure proprio il valore delle licenze era considerato uno degli strumenti ai quali le amministrazioni comunali potevano fare riferimento per compensare il danno di un aumento delle licenze sul territorio.
Una serie di studi hanno certificato i danni delle bugie di Uber, che ha arricchito soltanto i suoi investitori della prima ora: il traffico nelle città dove il servizio della piattaforma è attivo è aumentato, e anche notevolmente; le auto private non sono diminuite; i passeggeri sono stati ulteriormente allontanati dai mezzi pubblici; le emissioni nocive sono aumentate; le condizioni dei tassisti e degli autisti di uber non hanno fatto altro che peggiorare. Fine di una narrazione bugiarda e insostenibile.
In conclusione: la rivoluzione della mobilità in chiave sostenibile, annunciata da Uber, non si è mai vista. Come tante promesse mancate e diventate altrettante bugie fatte da “lor signori” dell’high-tech.
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