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In cucina la miglior cura è mangiare locale

L'effetto giungla - Nei benefici dell'assunzione di cibo locale convergono aspetti scientifici, culturali, culinari e spirituali che si ripetono in tutti i posti dove l'alimentazione locale si contraddistingue per la forte prevalenza di cibi naturali e autoctoni. Vediamo gli studi che hanno portato a suggerire questa tesi.

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MANGIARE LOCALE – In molti paesi, come Creta, le malattie cardiovascolari sono quasi del tutto inesistenti, in Islanda la depressione è praticamente sconosciuta, o almeno lo era prima del recente crollo economico, e in Camerun i casi di cancro colon-rettale sono rarissimi. Se questi dati dipendessero da fattori geografici, queste peculiarita’ dovrebbero verificarsi anche nelle regioni circostanti a questi paesi, e invece non e’ cosi’.

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Secondo studi condotti da una ricercatrice americana, sono le diete indigene, più che le pressioni ambientali o anche i tratti genetici di una persona, a giocare un ruolo decisivo nelle differenze in termini di longevita’ e salute tra le popolazioni dei vari Paesi. Molto spesso tra i cittadini di nazioni confinanti.

MANGIARE LOCALE- Benefici Daphne Miller, docente di medicina integrativa e nutrizione all’Universita’ della California di Francisco, l’ha definito Effetto Giungla. Si manifesta regolarmente in quelle che lei chiama le “aree fredde” del pianeta, ovvero zone dove le malattie croniche che affliggono gran parte della popolazione delle realta’ urbane e dei paesi industrializzati sono quasi del tutto assenti.

MANGIARE LOCALE- Effetto giungla Una scoperta che la Miller ha fatto quasi per caso dopo aver visitato una sua paziente la cui salute era migliorata nettamente dopo che aveva trascorso due settimane nel villaggio amazzonico dei suoi avi. Come mai era migliorata cosi’ rapidamente? Era stato il cibo? O la cura della tribu’? La memoria storica del luogo? Domande che hanno spinto la Miller a mettersi in viaggio, passando dalla Nigeria all’Amazzonia, dall’Europa all’Asia. Prevalentemente in aree rurali e spesso tra popolazioni a basso tasso di sviluppo tecnologico, molto legate alla terra e alle proprie tradizioni culturali.

MANGIARE LOCALE – Malattie alimentari Una fenomenologia simile all’effetto giungla era stata gia’ delineata negli anni ’30 da Weston R. Price, un dentista che aveva condotto una serie di studi di carattere etnografico sugli effetti della dieta sui denti delle popolazioni dei paesi in via di sviluppo: Price riteneva che la cattiva alimentazione fosse la radice di tutte le malattie parodontali. Questa posizione piu’ tardi gli costo’ l’ostracismo da parte dei suoi colleghi e la presidenza della American Dental Association. Oggi la Price Foundation, una fondazione che fa capo ai principi nutritivi promossi dal dentista statunitense, si batte per la reintroduzione dei cibi indigeni nella dieta delle popolazioni del mondo.

Norman Hollenberg, docente di medicina alla Harvard Medical School, una quarantina di anni dopo descrisse le proprieta’ taumaturgiche della dieta tradizionale in uno studio sugli effetti del cacao sulla salute dei Kuna, una tribu’ indigena delle isole San Blas al largo della costa atlantica di Panama. Hollenberg, che e’ anche direttore del centro di fisiologia del Brighmam and Women’s Hospital, aveva scoperto che grazie ai flavonoli (una sorta di vitamina) contenuti nei chicchi di cacao di cui si nutrivano, i Kuna erano immuni alle malattie cardiovascolari e all’ipertensione arteriosa.

La Miller e’ pero’ la prima a descrivere l’Effetto Giungla come fenomeno complessivo, nel quale convergono aspetti scientifici, culturali, culinari e spirituali e a scoprire che si ripete in tutti i posti dove l’alimentazione locale si contraddistingue per la forte prevalenza di cibi naturali e autoctoni.

MANGIARE LOCALE – Longevità Spinta dall’intuizione e dal suo spirito d’avventura, la Miller s’e’ messa sulle tracce delle popolazioni dalla longevita’ inusuale e che esprimono un generale senso di benessere fisico. Senza pero’ astenersi dal criticare i luoghi comuni circa le proprieta’ taumaturgiche di alcune cucine nazionali e da alcuni cibi particolari. Cosi’ ha scoperto che gli indigeni dell’isola di Okinawa non soffrono di cancro al seno e alla prostata grazie alla loro dieta ricca di verdure e di omega 3. Che in Islanda la stessa dieta – con le bacche al posto delle verdure – puo’ essere responsabile del livello di contentezza della popolazione e che a Creta la bassissima incidenza di malattie cardiache si deve probabilmente all’uso dell’olio di oliva.

Con un’avvertenza: l’effetto giungla non si esprime da solo, e’ il prodotto di un determinato ambiente culturale. Della maniera in cui ci si procurano, si cucinano e consumano i cibi. Questo e’ per esempio il caso delle patate. Le famiglie islandesi in genere ne cucinano un quantitativo bastante per una settimana e poi le riscaldano di nuovo man mano che le consumano. Questo metodo secondo la Miller ne ridurrebbe fortemente il contenuto di carboidrati composti che in genere producono brevi scoppi euforici di energia seguiti da lunghi intervalli depressivi. Tra i tarahumara della Sierra Tarahumara messicana sarebbero invece gli aspetti celebrativi e collettivi del consumo dei pasti a contribuire in maniera determinante a contenere l’incidenza del diabete.

Il dato piu’ interessante della scoperta della Miller, un dato che scredita ulteriormente l’ipotesi dell’esistenza di specificita’ genetiche attribuibili a varie diete indigene, e’ che gli effetti benefici di queste ultime si esprimono tra tutti quelli che le seguono a prescindere dalla loro estrazione etnica. La dieta di Okinawa riesce ad esempio ad aiutare un europeo obeso a dimagrire mentre la dieta islandese puo’ avere effetti energizzanti anche per un depresso dell’Africa sub-sahariana.

MANGIARE LOCALE- Medicina olistica La Miller,dieta mediterranea che e’ stata discepola di Anrew Weil guru della holistic medicine, di queste scoperte fa tesoro in prima persona. Non di rado infatti prescrive ai pazienti, a seconda delle loro esigenze, una dieta che mescola le pietanze di base di varie cucine indigene. “Non contano solo i cibi e la maniera in cui li si cucina, per massimizzare l’impatto dell’effetto giungla bisogna anche saperli mescolare, farne un misto”, afferma la Miller, “I tarahumara per esempio praticano una dieta ricchissima di carboidrati, cosa che normalmente dovrebbe aumentare il loro tasso glicemico. Ma prima di tutto mangiano zuccheri interi, che non sono raffinati, e poi mangiano anche cibi che abbassano il tasso glicemico del sangue come il cactus nopal, il coriandolo, la cannella e il peperoncino. Ci sono infatti studi che dimostrano che questi cibi facilitano l’eliminazione degli zuccheri. Cosi’ i tarahumara mangiano a pranzo e a cena il farmaco anti diabete”.

Adesso l’effetto giungla è diventato anche un libro, The Jungle Effect: A Doctor Discovers the Healthiest Diets from Around the World – Why They Work and How to Bring Them Home, e’ un best seller scientifico-narrativo con tanto di ricette indigene in allegato.

 

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