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Il Ministro Clini disegna il percorso dell’Italia verso Kyoto 2

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La conferenza sul clima a Durban, Sud Africa, volge al termine. Virgilio Go Green ha intervistato in esclusiva il neo-ministro dell’Ambiente Corrado Clini per fare il punto della situazione dei negoziati e comprendere la posizione ministeriale italiana. Che, con il min. Clini si dimostra orientata sia verso un approccio, top-down, dall’alto, favorevole ad un trattato internazionale e a un secondo periodo del protocollo di Kyoto che ad una nuova fase dove il settore privato possa giocare un ruolo centrale nel taglio delle emissioni e nella produzione di tecnologie low carbon.


Ministro Clini, quale pensa potrà essere il risultato finale di questo lungo negoziato a Durban?
Spero che ci sia un doppio risultato: da un lato una decisione che dia il via al Secondo Periodo di Kyoto (il trattato internazionale che prevede l’obbligo del taglio delle emissioni di gas serra dei paesi industrializzati, entrato in vigore nel 2005, nda) e una decisione, o un impegno, da parte di tutti i membri della COP per concludere entro 3-4 anni il negoziato per un accordo globale per la protezione del clima. Lo schema di Kyoto nella sua seconda fase sarebbe uno strumento fondamentale di transizione per raggiungere un accordo internazionale soddisfacente. Canada, Giappone, Russia e naturalmente USA sono contrari alla seconda fase del Protocollo di Kyoto, ma non stanno avanzando proposte alternative. Se stessimo alla loro posizione dovrebbero chiudere Durban, senza nulla per continuare a lavorare sui negoziati. Ma per fare cosa? Abbiamo bisogno di un programma di lavoro definito (c’è chi dice 2015, chi, come la Cina 2020 nda). Cina, SA, Brasile sono in una posizione favorevole a Kyoto 2, poiché dalla approvazione del “second commitment period” avrebbero motivi validi per un loro maggiore impegno nell’ottica di un trattato internazionale post Kyoto. Ma al momento è ancora tutto da decidere.
 
A che punto siamo nei lavori negoziali su finanzia climatica e cooperazione tecnologica, due temi tecnici su cui gli Usa hanno cercato di convogliare tutta l’attenzione del negoziato?
Questi sono dossier che sono trattati al momento, più sull’impianto che nei contenuti. Servono a definire quale è il sistema più adatto per gestire il fondo del clima, quale mezzo sarà adatto per promuovere il trasferimento tecnologico, quali sono le linee guide per sviluppare questi processi. Sono dei framework che sono importanti , ma che vanno riempiti con dei contenuti che mancano ancora. Come Italia, noi stiamo cercando di fornire indicazioni concrete per riempire questi quadri con dettagli operativi. Sopratutto nella cooperazione tecnologia, anche grazie alla nostra esperienza in partenariati per lo scambio di green tech –oltre dieci anni con la Cina e 5 con il Brasile – per dare luogo a progetti che diventano concreti nel breve periodo. Oggi è fondamentale creare piattaforme di scambio, sia intellettuale che di mercato, con progetti comuni, joint venture, investimenti per sviluppare migliori tecnologie. Un percorso che inizia a farsi strada a larga scala.
 
Come implementare la cooperazione tecnologica per far si che diventi un processo che permetta un taglio concreto delle emissioni?
Esistono due strade parallele: quella formale del negoziato, un quadro di riferimento che ha dei tempi mediamente lunghi. Come ogni accordo internazionale ha bisogno di tempo. E poi quella reale, dove lo sviluppo di partnership green è ricchissimo ed avanzato. Basti vedere quello quello che è successo negli ultimi 3-4 anni, con la crescita esponenziale della capacità di produzione e innovazione tecnologica di Cina, India e Brasile, che stanno dando luogo ad una rivoluzione copernicana. Al posto di trasferimento tecnologico nord-sud previsto dai primi negoziati, oggi sta nascendo un trasferimento di tecnologie green e nel settore delle rinnovabili sia “ sud-sud”, con i grandi paesi in via di sviluppo che aiutano quelli meno industrializzati, ma anche “sud-nord”. Basti pensare all’Italia. Oggi il 50% delle tecnologie green sono importate dalla Cina. Un dato che offre un quadro di quello che sta avvenendo. Nel framework formale invece siamo ancora ancorati ad un paradigma nord.sud, vecchio di 20 anni.
 
Il nodo della finanza climatica?
Anche qua abbiamo 2 opzioni: una tradizionale dove si creano fondi presso istituti internazionali come la World Bank, la banca mondiale che li gestiscono e scelgono i progetti dove investire, oppure sostenere direttamente progetti su base bilaterale o multi laterale, riducendo al minimo i costi mediazione finanziaria. Dobbiamo decidere se pagare stipendi a impiegati che gestiscono questi progetti o investire direttamente nello sviluppo di tecnologie e prodotti low carbon attraverso il settore privato.

Virgilio Go Green