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I mercatini a chilometro zero

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di Andrea Zaghi
 L’ forma di vendita or­ganizzata che cresce nell’a­limentare è quella collegata ai cosiddetti ‘mercatini’ dei conta­dini. E’ un dato importante, positi­vo da un lato ma fortemente nega­tivo dall’altro e che, in ogni caso, in­dica quanto sia delicata la situazio­ne dei mercati alimentari naziona­le.
  Ad evidenziare la situazione è stata una analisi di Coldiretti dei dati Istat sulle vendite al dettaglio a gennaio. Da questi si deduce che i mercati de­gli agricoltori di Campagna Amica ­l’iniziativa che fa capo proprio al­l’organizzazione agricola – fanno re­gistrare un balzo in avanti del 28% delle strutture dove hanno fatto ac- quisti ben 8,3 milioni di italiani du­rante il 2010. Sarebbero questi gli u­nici numeri ‘positivi’ nell’anda­mento delle vendite alimentari del­lo scorso anno: a perdere clienti, in­fatti, sono state tutte le altre forme di commercio. Nel corso del 2010, in­fatti, sono saliti a 705 i mercati degli agricoltori, per un totale di 25.115 giornate di apertura (+148%) du­rante le quali hanno venduto di per­sona i propri prodotti ben 16mila im­prenditori agricoli. La spesa media di ogni acquirente è stata pari a 26 eu­ro circa. I prodotti più acquistati nei mercati di questo tipo sono nell’or­dine la verdura, la frutta, i formaggi, i salumi, il vino, il latte, il pane, le conserve di frutta, la frutta secca, i bi­scotti ed i legumi. Il 75% degli ac­quirenti si è dichiarato ‘soddisfatto’ di quanto aveva acquistato e consu­unica mato; tanto che il 91% di chi è pas­sato in un ‘mercatino’ si dice pron­to a consigliarlo ad altre persone.
  Per Coldiretti tutto ciò indica alme­no tre ‘linee di tendenza’: la ricerca della combinazione ottimale tra qualità, sicurezza e prezzo, la perce­zione della responsabilità sociale ed ambientale che ha ogni atto di ac­quisto e il rapporto tra il cibo ed il territorio con il riconoscimento del valore che ha l’identità territoriale delle produzioni.
  Tutto bene quindi, o quasi. Perché è chiaro che il rilancio dell’agroali­mentare nazionale non può passa­re solamente dai seppur importan­ti e valorosi mercati di vendita diret­ta degli agricoltori. Non è pensabile, infatti, che un comparto così im­portante come quello agricolo e a­groalimentare nazionale, possa con­tare solamente su canali di vendita di fatto con un raggio d’azione limi­tato come i ‘mercatini’. E, a ben ve­dere, pochi lo pensano, anche se l’a­ria di rinnovamento che queste nuo­ve forme di vendita alimentare han­no portato nei mercati nazionali, è sicuramente positiva. Di fronte però a vicende come quella della Parma­lat, della crisi cronica del mercato zootecnico, dei forti contraccolpi delle quotazioni delle materie pri­me sulle piazze internazionali, del­la necessità di ‘fare numero’ per contrare sui mercati, appare evi­dente che l’agroalimentare nazio­nale deve poter giocare su altro per sperare di risalire in maniera decisa la china della crisi. E’ quindi una bel­la sfida quella che aspetta gli im­prenditori agricoli ma anche le loro organizzazioni e le istituzioni.