Gli sbandati al potere: ma dove ha studiato la nostra classe dirigente?
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Gli sbandati al potere: ma dove ha studiato la nostra classe dirigente?

Il nuovo libro di Antonio Galdo racconta tutta la fragilità del nostro establishment. E non solo in politica. Dove sono rimasti solo partiti ad personam

 Questo è il testo dell’introduzione del libro

                                                                            Gli sbandati, la nuova classe dirigente e le

                                                                            scuole del potere. In edicola dal 13 

                                                                           novembre 2021 e in libreria dal 25  

                                                                          novembre

 

I soldi non bastano. La ricostruzione dell’Italia, dopo decenni di impoverimento e di decadenza, non potrà avvenire solo grazie al denaro dell’Unione europea, un intervento che vale sette volte il piano Marshall con il quale furono gettate le basi del boom economico. Oltre alla benzina serve chi guida la macchina. Uomini e donne capaci di interpretare il ruolo di una classe dirigente solida, affidabile, riconosciuta in Italia, in Europa e all’estero. Preparata.

GLI SBANDATI LIBRO

Dalla nascita della nazione a oggi, purtroppo, i ricambi dei gruppi dirigenti sono avvenuti sempre in seguito a una crisi di sistema. È stato così per il regime liberale, poi con quello fascista e con l’Italia delle grandi organizzazioni di massa, innanzitutto i partiti. Abbiamo sempre fatto fatica a riconoscere e condividere la religione delle istituzioni, e siamo arrivati al punto più basso della qualità dei ceti dirigenti, non solo politici, dei quali percepiamo tutta la fragilità parolaia.

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COME NASCE UNA CLASSE DIRIGENTE

Da dove ripartire? Dall’ottimismo di un Paese che riesce sempre a sorprendere per la sua vitalità, per una spinta dal basso che ancora una volta può cambiare il nostro destino di comunità. Dopo la Seconda guerra mondiale stavamo decisamente peggio. Eppure, siamo riusciti a inventare una classe dirigente straordinaria, dotata di un grande amore per la patria, depurato dall’enfasi retorica del nazionalismo fascista, e di un alto livello di onestà personale. Non veniva dal nulla, non nasceva sotto il pero. Era cresciuta nelle scuole del potere dell’Italia che iniziava a riprendersi, serbatoi di interi ceti dirigenti allevati nella diversità delle opinioni ma anche nella condivisione dei valori alla base di una moderna democrazia. Non abbiamo avuto la grande tradizione formativa della militanza militare tedesca, né qualcosa di simile all’École Nationale d’Administration francese (Ena), da dove sono arrivate generazioni di dirigenti dello Stato, della pubblica amministrazione, delle aziende private della Francia e quattro degli ultimi sei presidenti della Repubblica. La nostra Ena sono stati i partiti, i sindacati, l’Iri, i Centri studi di aziende e banche. Qui si sono formati, in un clima di grande pluralismo culturale e non, come nel caso dei francesi, con un unico metodo fondato sulla sfrenata competizione e sul privilegio castale, donne e uomini che poi hanno guidato il vitalismo di una società in grado di conquistare il traguardo del benessere in pochi anni. Molto più velocemente della Cina di oggi.

FORMARE CLASSE DIRIGENTE

Inutile rincorrere i fantasmi del passato, e lasciarsi andare al rimpianto nostalgico. Quelle scuole del potere non torneranno con le stesse sembianze di allora, ma non possiamo neanche cedere all’idea di continuare a sfornare ceti dirigenti attraverso anomali serbatoi. Partiti ad personam, società di consulenza, il micidiale combinato disposto di talk show televisivi e social network. Da qui non potrà che venire fuori una classe dirigente liquida, mentre il Paese, alla prova di una nuova ricostruzione, ha bisogno di persone all’altezza del ruolo, capaci di esprimere anche una visione di lungo periodo e non solo un’affannosa rincorsa del presente. Né possiamo fare affidamento sempre e solo su ciò che resta di una tecnocrazia, dalla Banca d’Italia al Consiglio di Stato,  che ha dimostrato un’invidiabile resilienza in un Paese dove tutto è diventato più precario e provvisorio.

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SCUOLE DEL POTERE

Le scuole del potere di domani dovranno sorgere dalla ricostruzione di quelle di ieri. In politica, il primo luogo nel quale si forma una classe dirigente è il partito, a condizione che sia vero, con un’anima, un programma, organismi dove discutere e misurarsi. E non solo un apparato formato da tanti gruppi di potere, impegnati in una perenne campagna elettorale. In un partito moderno, Internet avrà ancora un ruolo centrale, specie per la propaganda e la comunicazione, ma la sua funzione dovrà affiancare e non sovrastare i tre cerchi concentrici di una forza politica. L’organizzazione, con i relativi organi: snella al centro e ben articolata sul territorio. I rappresentanti eletti negli enti locali, messi in condizione di crescere nella dimensione nazionale. I “pensatoi”, sul modello delle fondazioni tedesche: luoghi dove si aggiorna il programma e si seleziona la classe dirigente, come avviene da sempre in Germania, dove non a caso i partiti non hanno mai perso la loro vitalità e la loro funzione di corpi intermedi tra lo Stato e la società.

Anche in economia, il futuro passa per una prima tappa di ricostruzione del passato. Allevare buoni gruppi dirigenti è anche un interesse vitale delle aziende, che hanno bisogno di competenza e stabilità, e non solo di persone che sanno leggere un bilancio e fare pulizia. Certo: scuola e università sono essenziali anche come scuole del potere economico e finanziario e attraverso la formazione, non circoscritta a gruppi sociali privilegiati, possiamo sperare di fare ripartire l’ascensore sociale in Italia. Ma gli imprenditori, in particolare quando le dimensioni delle aziende lo consentono, devono sentire la responsabilità di crescere anche dall’interno  i loro dirigenti e riattivare i famosi Centri Studi che, con un miope calcolo basato solo sul taglio dei costi, sono stati eliminati. Sono queste, invece, le palestre del potere economico, e più che un costo rappresentano un investimento.

POTERE E VALORI

Ma prima delle nuove scuole del potere, per rompere il circolo vizioso della formazione di ceti dirigenti sempre più liquidi, servirà riscoprire il senso di tre parole che hanno sempre dato spessore all’esercizio del comando. La passione: l’idea di servire lo Stato, anche solo per un periodo temporaneo della propria vita, non può essere solo un dovere, ma è innanzitutto un onore, da interpretare con entusiasmo, a viso aperto, e con l’ambizione di lasciare un segno per i posteri. La responsabilità: un Paese che, nei piani alti dei suoi gruppi sociali, nelle file di quella borghesia da sempre troppo fragile, non avverte la necessità di svolgere un ruolo, di non essere solo spettatore passivo della vita pubblica, non ha grandi prospettive di futuro e si auto-condanna a una endemica fragilità. La generosità: quando pensiamo, per esempio, a quanto guadagna un sindaco e a quanto rischia nel corso del suo mandato e facciamo il confronto con un qualsiasi ruolo di top manager in un’azienda, abbiamo solo la conferma di che cosa significa concretamente il disinteresse nell’esercizio di un ruolo pubblico. Ma volete mettere? Un bravo sindaco entra nella storia, piccola o grande che sia, dalla porta principale. E nessuno dimenticherà quanto ha fatto nella sua vita. Leggi di più.

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