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Surgelati di verdure e mais a rischio listeria. Carni per affari sporchi. Solo l’etichetta ci può salvare

I minestroni venivano lavorati in uno stabilimento a rischio in Ungheria. Ma nessuno lo sapeva, innanzitutto i consumatori. Troppi interessi sporchi nell’industria alimentare. E troppo caos con le etichette

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GIRO D’AFFARI INDUSTRIA ALIMENTARE

Quattordici lotti di minestrone surgelato della Findus ritirati. Mix di ortaggi con il marchio Freshona, sempre surgelati, ritirati dagli scaffali dei punti vendita della catena Lidl. Sequestri di prodotti analoghi in Germania, Austria, Regno Unito e Finlandia. Un’operazione con 21 arresti, dalla Puglia al Veneto, per una serie di reati, che puzzano anche di collusioni con la criminalità organizzata, nel settore delle carni. Sono vicende diverse, ma hanno in comune il terreno sul quale agiscono: il grande giro d’affari dell’industria alimentare e la nostra tavola, con i relativi rischi per i consumatori.

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RISCHIO LISTERIA NEI SURGELATI

Nel caso dei ritiri e dei sequestri dei prodotti surgelati siamo solo all’inizio di una vicenda che rischia di essere molto pericolosa. Preoccupa, in particolare, la listeria, una famiglia di batteri (dal nome del medico britannico che l’ha scoperta: Joseph Lister) che attacca, fino alla morte, il sistema immunitario dell’uomo. Batteri che, diciamolo per completezza d’informazione, si distruggono eliminando qualsiasi pericolo, con una cottura a 65-70 gradi.

La cosa più singolare e preoccupante di questa vicenda di (in)sicurezza alimentare è che tutto nasce da una serie di lotti lavorati in Ungheria (i fagiolini, nel caso del minestrone Findus, un marchio italiano che garantisce serietà nei suoi processi di lavorazione). Perché in Ungheria? Per ovvi motivi: le favorevoli condizioni, per le aziende, in termini di costi. Ma anche al prezzo di minore sicurezza (l’impianto è considerato a rischio già dal 2015) e di minore tutela per il consumatore finale che di tutto questo non sa nulla.

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DIRITTI DEL CONSUMATORE

E qui veniamo a ciò che in Italia possiamo fare subito, senza aspettare l’Europa, per aumentare le nostre soglie di sicurezza e per sconfiggere il partito dei furbi e dei Ponzio Pilato all’interno dell’Unione. Serve un salto importante nelle etichette alimentari. Al momento solo uova e alcuni formaggi sappiamo con esattezza dove sono prodotti. Per le uova, ma non per gli ovoprodotti. E così per la carne fresca, ma non per i salumi. Per l’ortofrutta fresca, ma non per i succhi e le conserve o per gli ortaggi conservati. Insomma: è un diritto del consumatore sapere che il minestrone Findus, marchio che garantisce serietà, è stato lavorato in uno stabilimento dell’Ungheria. Invece poco affidabile. Al buio, il consumatore può solo rischiare, sapendo che in Italia, per un motivo o per un altro, siamo tutti consumatori di minestroni e zuppe già pronti: lo scorso anno ne sono stati venduti 402,5 milioni di chili.

Quanto ai sequestri delle società nel settore della ma macellazione e della lavorazione delle carni, siamo all’altra faccia della medaglia. La pura illegalità. Per il momento qui è solo di natura fiscale, a partire da false fatture Iva, ma poi, andando a vedere da vicino si scopre che questi impianti sono fuori legge anche per le norme che regolano la sicurezza alimentare. E senza certezze dalle etichette i consumatori sono, come al solito, all’oscuro e indifesi.

QUELLO CHE DOVETE SAPERE SULLE ETICHETTE ALIMENTARI: