Felicia Impastato, madri contro la mafia - Non Sprecare
Questo sito contribuisce all'audience di

Felicia Impastato: madre coraggio, mai stata zitta. Una dei simboli della lotta alla mafia

Nel 2006 una fiction ha raccontato la storia di questa madre, che ha trascorso una vita alla ricerca di giustizia per suo figlio. Sapeva che il silenzio uccide quanto la mafia e, per questo, apriva le porte di casa sua: «La casa di Pep­pi­no Im­pa­sta­to è aper­ta - diceva - Chi vuo­le sa­pe­re chi era e pic­chì mu­riu, veni ca e ce lo dico io».

La linea sottile tra coraggio e silenzio misura cento passi.  Cento passi,  quelli resi celebri dal film di Marco Tullio Giordana nella scena dell’iconico conteggio di un magistrale Luigi Lo Cascio. Una manciata di metri che separano, a Cinisi, la casa di Giuseppe Impastato, Peppino, da quella del boss mafioso Gaetano Badalamenti. Di quel ragazzo col dolcevita nero e le mani in tasca si è già scritto tutto: di Radio Aut, del suo impegno per un mondo più giusto, della sua integrezza, e soprattutto del suo coraggio. Ne aveva dentro molto, molto di più di quanto la sua figura mingherlina lasciasse presagire.

LEGGI ANCHE: Il Grillo Parlante: la biblioteca di Casal di Principe nata dal sogno di una ragazzina di dodici anni

MADRI CONTRO LA MAFIA

Un uomo libero, Peppino, figlio del ’68. Libero di ripudiare il padre biologico, Luigi,  amico, complice e sodale proprio di quel Badalamenti che frequentava casa Impastato così tanto spesso da farsi chiamare “U zu’ Tanu”. La storia di quel conflitto familiare è la storia di una scelta. Netta, affilata, che riguarda  la parte giusta dove stare, il posto dove sedersi. E questo senso di giustizia Peppino deve averlo ereditato da sua madre, Felicia Bartolotta in Impastato. Una disobbediente, anche quando faceva rientrare dalla finestra il figlio cacciato di casa durante una delle tante liti. «Me ma­ri­tu era ami­co dei ma­fiu­si e me fig­ghiu con­tro la ma­fia. Me ma­ri­tu lo but­ta­va fuo­ri di casa, e io, di na­sco­sto, u fa­cìa rien­tra­re», diceva spesso.

Una donna mai stata zitta, di famiglia umile ma onesta, che aveva addirittura tentato di impedire il matrimonio quando aveva scoperto i legami mafiosi del futuro genero, in una Sicilia, quella della fine degli anni ’40 in cui l’omertà era legge e ogni ribellione allo stato di cose aveva il sapore di una condanna a morte. Figuriamoci una lotta così veemente e sentita come quella di Peppino. Che, infatti, gli costerà la vita, un agguato nella notte buia del 9 maggio 1978, assassinato su ordine di quello stesso “zio Tano” che abitava a cento passi da casa sua.

PER APPROFONDIRE: Vieste: la lotta alla mafia si fa sui muri di scuola

FELICIA IMPASTATO

Felicia ha continuato a non stare zitta e non avere paura, persino davanti al corpo del figlio, così martoriato da non poterlo riconoscere, persino quando a comandare Cinisi erano ancora gli assassini di Peppino, quel figlio tanto amato. Continuando ad abitare nella stessa casa di Corso Umberto I, al civico 220. Non si è arresa nemmeno nel 1984 prima e nel 1992, quando fu stabilito che Peppino Impastato venne ucciso dalla mafia per il suo impegno di denuncia e di lotta, aggiungendo però che “non si possono individuare i responsabili del delitto”. Senza perdere la voglia di chiedere giustizia, a gran voce, nemmeno davanti alla connivenza e all’omertà. A muoverla, di sicuro, la forza di una verità che conosceva e che sarebbe divampata forte come un incendio. Verità che aveva solo bisogno di una scintilla e di uomini altrettanto coraggiosi: i magistrati Rocco Chinnici, An­to­nio Ca­pon­net­to e Fran­ca Im­ber­ga­mo. In quel processo, Felicia si costituì parte civile, rompendo definitivamente ogni legame con i parenti del marito e proteggendo Giovanni, unico figlio rimasto, fratello di Peppino, dalla sovraesposizione, facendo scudo intorno a lui con il cuore di mamma che non ha mai smesso di chiedere giustizia.

La sentenza definitiva che riconosce a Badalamenti la resposabilità dell’omicidio Impastato e lo condanna insieme agli esecutori arriverà l’11 aprile 2002, dopo 24 anni, durante i quali Felicia, classe 1916 e una determinazione di ferro, forte, sorridente e paziente come è stata per tutta la vita, non ha mai smesso di onorare il nome e la lotta di Peppino. Prima di tutto, aprendo la sua casa alle persone, raccontando chi era davvero suo figlio, negli aspetti sia politici che privati. Consapevole che il silenzio uccide quanto la mafia.
Per questo, dal 2005, un anno dopo la scomparsa di Mamma Felicia, casa Impastato, a cento passi da casa Badalamenti, è stata trasformata nella Casa Memoria Felicia e Peppino Impastato, un luogo vivissimo, pieno di memoria,parole e racconti. Sempre pieno, soprattutto di bambini, che adorava, e a cui diceva sempre: “Tenete alta la testa e la schiena dritta”.
Nel 2006 la Rai ha deciso di raccontare la storia di Felicia Impastato in uno sceneggiato con Lunetta Savino diretto da Gianfranco Albano.

(Immagine in evidenza tratta da Cosa Vostra // Photocredits: cosavostra.it)

STORIE DI ANTIMAFIA:

 

 

Shares