Clima e ambiente, l'ipocrisia di Obama | Non Sprecare
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Clima e ambiente, l’ipocrisia di Obama

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Copenaghen non deve morire. Ma per salvarne lo spirito e l`esercizio, sara’ necessario ammetterne in anticipo il fallimento.

I leader del mondo hanno deciso di rinunciare a concludere in dicembre nella capitale danese un accordo globale sul
cambiamento climatico, ridimensionando le ambizioni del summit, che ora dovra’ invece servire a raggiungere una piu’ modesta intesa politicamente vincolante, che faccia da preambolo e quadro a ulteriori negoziati sui punti piu’ spinosi.

Il vertice dei Paesi dell`Asia-Pacifico diventa l`inatteso palcoscenico di un colpo di teatro, che infligge una grave battuta d`arresto alla battaglia per la riduzione delle emissioni nocive, anche se cerca di salvare in qualche modo la faccia ai vari protagonisti e la- scia comunque aperto il caotico cantiere della Conferenza sul Clima.

I leader hanno valutato che non fosse realistico aspettarsi che un accordo globale pieno e legalmente vincolante, potesse essere negoziato in 22 giorni, ha detto Michael Froman, lo sherpa di Barack Obama nelle istituzioni internazionali. Le trattative non procedevano alla velocita’ e nel senso necessari per concludere a Copenaghen, ha aggiunto, ma si e’ pensato che l`appuntamento in Danimarca dovesse comunque essere un importante passo in avanti.

Alla decisione si e’ arrivati al termine di un breakfast di lavoro tra i capi di governo, organizzato all`ultimo momento, al quale ha preso parte anche il primo ministro danese, Lars Lokke Rasmussen, presidente della conferenza sul clima, volato nella notte dall`Europa per presentare la proposta che poi e’ stata accettata:Un accordo, due momenti, l`ha riassunta Rasmussen.

Sarebbero stati il premier australiano, Kevin Rudd, e il presidente messicano, Felipe Calderon, a sollecitare l`arrivo di`Rasmussen, una volta constatato che le speranze di chiudere l`intera partita a Copenaghen erano ridotte al lumicino.
L`Amministrazione americana ha subito appoggiato la mediazione del leader danese.
Non permettiamo che il meglio sia nemico del bene, ha detto il presidente Obama durante la colazione, confermando l`impegno degli Stati Uniti a ridurre l`effetto serra a Copenaghen e anche oltre.

Ma l`America e’ proprio uno degli ostacoli che hanno portato allo stallo. Approvata dalla Camera dei Rappresentanti, la nuova legge sul clima e l`energia, che fissa limiti vincolanti alla riduzione dei gas serra negli Stati Uniti, e’ infatti ferma al Senato e lo rimarra’ ancora per qualche tempo. E senza l`impegno americano, le altre nazioni sono riluttanti a fare la loro parte.

Se n`e’ avuto sentore nell`intervento al breakfast del presidente cinese, Hu Jintao, che ha chiesto ai Paesi piu’ avanzati di offrire aiuti e tecnologia.

Secondo Hu, le nazioni piu’ ricche dovrebbero accettare tagli piu’ profondi e quelli emergenti dovrebbero contribuire ciascuno secondo le proprie possibilita’ e compatibilita’.
In realta’ anche la Cina, uno dei maggiori produttori di gas nocivi, e’ sotto forti pressiord perche’ dia l`esempio. Insieme agli Usa, Pechino rappresenta infatti il 40% del totale.

E sabato scorso Francia e Brasile hanno firmato un documento congiunto, che chiede a Cina e Stati Uniti di fare concessioni significative in vista di Copenaghen. Di piu’, secondo Nicolas Sarkozy e Luiz Ignazio Lula da Silva, i Paesi industrializzati dovrebbero impegnarsi a tagliare i loro livelli di emissioni dell`8o% (rispetto al figgo) entro il 2050.

Piu’ in generale, il divario tra economia ricche ed economia povere o emergenti e’ ancora troppo ampio. E l`accordo al ribasso di ieri non fa che prenderne atto.

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