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Cellulari e Internet, ecco il caos tariffe. Le authority litigano, e i consumatori pagano…

Una sconcertante storia da Italietta degli sprechi: da anni Antristut e Agcom si contendono, a colpi di leggi e sentenze, la tutela degli utenti. Bersagliati da aumenti a raffica con il trucco e offerte che nascondono prezzi più alti

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AUMENTO TARIFFE TELEFONI CELLULARI –

Nell’Italia dove i cittadini sono sempre dalla parte dei più deboli, può accadere anche questo: si mettono in piedi e si finanziano (con i soldi dei contribuenti, ovviamente), con molta generosità, a partire dagli stipendi dei commissari e dei vertici, ben due authority che dovrebbero proteggere e tutelare i consumatori, specie quando le possibilità di autodifesa sono di fatto nulle. Poi però si scopre che da anni, lunghi anni, queste due autorità, parliamo dell’Antitrust e dell’Agcom, pensano bene di litigare e di farsi la guerra, coinvolgendo governo, Parlamento, Consiglio di Stato e Tar, tanto per non farsi mancare niente e nessuno all’appello. E chi paga il conto di uno strisciante conflitto di competenze, ovvero di una guerra di potere? I consumatori, che anche in questo caso non possono muovere un dito. Ma andiamo con ordine in questo tipico racconto da Italietta dove sprechi e inefficienza procedono a braccetto.

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TARIFFE CELLULARI IN AUMENTO –

La lettera è di qualche giorno fa. Telecom Italia, con carta intestata TIM Impresa semplice, annuncia a migliaia di clienti business, che in passato hanno sottoscritto una ventina di diverse tipologie di Offerte speciali, «una comunicazione importante». Indovinate quale? Un aumento dal 1° novembre prossimo, manu militari, del canone base, per un importo di 5 euro al mese, ovvero 60 euro l’anno, rispetto a un tasso di inflazione pari pressoché a zero. La mini-stangata, che nella comunicazione di Semplice ha solo il titolo suadente della carta intesta, è una modifica contrattuale ed è accompagnata dalla proposta di nuove Offerte speciali, per servizi aggiuntivi, dal traffico di dati a multipacchetti per l’acquisto di sms e mms. Per capirci qualcosa ci vuole davvero un esperto traduttore, ma la sintesi è un concetto molto semplice e chiaro: in Italia la telefonia che spazia dal fisso al mobile, dal vecchio cellulare all’ultimo modello di smartphone, dalla navigazione su Internet all’archivio elettronico, vista con gli occhi del consumatore, è soltanto una giungla. Una selva oscura dove purtroppo è impossibile non inciampare, e dove a una crescente innovazione tecnologica corrisponde, per una singolare legge del contrappasso, una minore trasparenza.

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Le trappole si nascondono anche nei dettagli, nei particolari più minuti, a partire perfino dallo stesso apparecchio. Chi possiede un Iphone, per esempio, deve stare molto attento a un tastino piazzato (ma guarda la coincidenza…) accanto a quello per la chiusura della telefonata. Un tastino per collegarsi a un servizio di segreteria telefonica. Trattandosi di una tecnologia touchscreen, basta un nulla e, zac, ti può partire la richiesta di lasciare un messaggio. Costo: 1 euro a toccatina. Ovviamente, ma solo in teoria, il consumatore dovrebbe richiedere e accettare il servizio; in realtà, ben tre colossi della telefonia presenti sul mercato italiano (Vodafone, H3G e TIM) sono stati diffidati, dopo una valanga di proteste da parte di clienti che si sono visti addebitare in bolletta la spesa delle telefonate con il servizio di segreteria, dal procedere con addebiti automatici. E qui, a proposito di scorrettezze che nella telefonia sono all’ordine del giorno con ritmo incalzante, veniamo alla domanda dai cento coltelli: Nella giungla, il consumatore come si può difendere? Esistono degli strumenti reali, e non teorici, per proteggersi dalla tenaglia modifiche contrattuali-servizi aggiuntivi? «Partiamo da un dato: in teoria, nella telefonia esiste il libero mercato e la concorrenza, a partire dai piani tariffari; nella realtà c’è un cartello, un accordo di fatto tra i grandi operatori del settore, che si muovono all’unisono e con modi e tempi coordinati nelle loro offerte» spiega Emmanuela Bertucci, avvocato di Firenze, che segue il settore della telefonia per conto dell’Associazione per i diritti degli utenti e dei consumatori (Aduc). E aggiunge: «Questo significa che affari, in termini di tariffe, non se ne fanno, se non in modo del tutto temporaneo, è l’unica risposta per difendersi è quella di pattugliare il mercato, chiamando in causa le Autorità di garanzia del settore che da noi sono ben due, l’Antitrust e l’Agcom».

AUMENTO TARIFFE TELEFONICHE 2016 –

L’avvocato Bertucci, però, non sa che le due Autorità sono a loro volta azzoppate, con danni sempre a carico dei consumatori, da una sorda lotta di potere, sotto forma di conflitto di competenze, che procede da circa un decennio, con colpi di scena quasi annuali. Proviamo a raccontare per sommi capi la trama di questo film, un noir con punte di paradossale comicità, dell’Italia avvolta nell’impotenza e nell’ingiustizia. Nell’anno di grazia 2005, con un primo decreto legislativo che recepisce le immancabili norme europee, si introduce il Codice del consumo (146 articoli!) che per tutelare gli utenti nel settore della telefonia e delle comunicazioni, in particolare, mette in campo Antitrust e Agcom. Dall’abbondanza di autorità al loro svuotamento, il passo è brevissimo. Specie se ci sono, come è avvenuto in diverse occasioni, sentenze di Agcom e Antitrust che colpiscono un’azienda per la stessa condotta scorretta, fatto che contrasta un elementare principio della civiltà giuridica. A mettere ordine ci pensa, nel 2012, il Consiglio di Stato che, con una sentenza in adunanza plenaria, sposta la bilancia delle competenze tutta a favore dell’Antitrust. Ed è il governo di Enrico Letta, pochi giorni prima di andare a casa, nel febbraio del 2014, a infilare in un altro decreto legislativo, che in realtà dovrebbe solo disciplinare i diritti dei consumatori come richiesto nuovamente da Bruxelles, la conferma perentoria della totale supremazia, nella lotta per il potere di fare (?) le multe, dell’Antitrust sull’Agcom.

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Partita chiusa, con sdegno e rabbia da parte dell’Agcom. Ma i giochi si riaprono con le pressioni su Palazzo Chigi, dove intanto all’establishment di Letta è subentrato quello di Matteo Renzi, da parte dei vertici dell’Agcom che si sentono svuotati da Autorità di garanzia, con potere di sanzioni, a organismo indipendente che si limita a suggerire buone pratiche commerciali, cioè il nulla. Arriviamo così a una nuova sentenza plenaria del Consiglio di Stato, e siamo agli inizi del 2016, che questa volta afferma, con discreta disinvoltura giuridica, un cambio di orientamento, restituendo spazio, nell’attività sanzionatoria, anche all’Agcom. In punta di diritto, e all’italiana, si scolpisce un punto di equilibrio tra le due Autorità: se la pratica commerciale scorretta nasce dall’aggiornamento di un vecchio contratto telefonico, allora la competenza è dell’Agcom; se invece deriva da una nuova offerta (la maggioranza dei casi) deve decidere l’Antitrust. Ci vorrà una bussola, a questo punto, per ogni contenzioso, ed è inutile dire che, nel frattempo, sulla materia dilagano anche le sentenze dei Tar (specie quello del Lazio) e si attende con ansia un nuovo decreto legislativo, intitolato sempre al principio di “chiarificare”, per una nuova puntata della lotta di potere nel nome della tutela dei consumatori.

TARIFFE TELEFONICHE IN AUMENTO –

Al momento, gli avvocati delle società di telefonia hanno largo spazio di manovra per infilare i loro potenti clienti in questa sorta di “terra di nessuno”, anche se, come dice Vito Auricchio, partner dello studio Legance, «il sovrapporti di leggi e sentenze, solo per dirimere un conflitto di competenze, non fa bene a nessuno». Certamente non fa bene ai consumatori.

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