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Accordo Italia-Cina per ridurre la CO2

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Un accordo tra 3,6 milioni di euro con la Cina: ha già una “dote” l’alleanza che Corrado Clini, ministro italiano dell’Ambiente, sta cercando di concludere a Durban, sede piovigginosa di una lunga e per ora dispersiva Conferenza sui cambiamenti climatici, la 17esima da quando le Nazioni Unite hanno deciso di instaurare una strategia mondiale contro il riscaldamento del pianeta. Ridurre le emissioni di biossido di carbonio resta il cuore del problema, ma i metodi, i finanziamenti, le percentuali, le scadenze e la ripartizione dei costi per raggiungere l’obiettivo hanno reso fin qui impossibile anche soltanto una intesa su un percorso comune, globalmente condiviso.

RINNOVARE IL PROTOCOLLO DI KYOTO – L’Italia è nello schieramento favorevole a un rinnovo del Protocollo di Kyoto dopo il 31 dicembre 2012, per diffondere e promuovere “tecnologie pulite tra i paesi più sviluppati e quelli di nuova industrializzazione” opina Clini. Ma c’è una larga parte di mondo, capeggiata da Stati Uniti, Canada, Giappone, che considera Kyoto un capitolo chiuso. L’Italia cerca in queste ore di coalizzare i paesi europei, assieme a Brasile, Messico, Sud Africa, Australia e Nuova Zelanda in un fronte compatto che dimostri agli Stati Uniti la volontà di progredire nella riduzione delle emissioni, con o senza la Casa Bianca. Ma l’occasione consente all’Italia di coltivare anche un rapporto privilegiato con Pechino: «L’Italia è impegnata a sostenere la Cina nella realizzazione di uno sviluppo low carbon attraverso oltre 250 progetti congiunti, promossi dal ministero italiano dell’Ambiente». E anche se la parola “nucleare” suona quasi blasfema alla Conferenza di Durban, Clini non teme di pronunciarla, preceduta da quella che ne annulla il maligno impatto: “ricerca”. Tra una riunione e l’altra, ormai in corsa contro il tempo, per evitare che sabato mattina la comunità internazionale debba prendere atto di un altro fallimento dei negoziati sulle contromisure all’emissione di gas serra, dopo Copenaghen e Cancun, il ministro ribadisce che «la ricerca sull’energia nucleare non deve fermarsi». Le agenzie rilanciano la dichiarazione, ma in realtà non c’è da allarmarsi: non è una svolta verso il ritorno a una fonte energetica bocciata dagli italiani con un partecipato referendum.

«L’ITALIA NON STIA INDIETRO» - «Quello che sostengo, e ho sempre sostenuto – spiega Corrado Clini – è che l’Italia non può restare indietro nella ricerca su un combustibile di quarta generazione che dovrebbe in futuro sostituire le tecnologie tradizionali della fissione nella prospettiva della fusione nucleare. È un filone sul quale l’Italia può vantare elementi di eccellenza. Si tratta di continuare a sviluppare nuove, indispensabili conoscenze, sul filo dell’esperienza di 60 anni, per spiccare il salto verso la produzione di energia nucleare pulita; e anche per risolvere il problema delle scorie. La Cina sta investendo risorse enormi per creare piccole taglie di energia nucleare». Sarebbe a dire? «Piccoli impianti a sicurezza intrinseca». poche ore dalla fine del raduno sudafricano, si cerca di stringere anche sul Fondo Verde per il Clima” che, per ora, piange, avendo ricevuto soltanto una prima promessa di finanziamento della Germania, per 40 milioni di euro, e dalla Danimarca, per 15, mentre dovrebbe raggiungere per il 2020 una consistenza da cento miliardi di dollari annui. Il negoziatore statunitense, Todd Stern, cerca di scrollarsi di dosso il sospetto di ostruzionismo che la delegazione a stelle e strisce si è guadagnata nei giorni passati: “Non è vero che stiamo cercando di ritardare tutto fino al 2020 – ha smentito -. Noi sosteniamo la tabella di marcia dell’Unione Europea”.