I soldi nelle tasche degli italiani, quelli che derivano dalle loro retribuzioni, continuano a diminuire, mentre aumenta, senza sosta, il costo della vita: da questa forbice nasce un profondo malessere sociale che si manifesta in diverse forme (anche con il non voto). Non c’è una sola statistica che non confermi una tendenza ormai di lungo periodo: stipendi e salari sempre più bassi. Un destino che non condividiamo con gli altri paesi occidentali, anzi. Siamo un’eccezione negativa anche all’interno dell’Ocse.
Secondo un recentissimo Rapporto dell’Ufficio parlamentare di bilancio (Upb), tra il 1990 e il 2024 le retribuzioni lorde nei Paesi dell’Ocse sono cresciute del 35 per cento, in Italia sono diminuite dell’1,6 per cento. Dal 2021 a inizio 2025, i salari reali italiani erano ancora circa il 7,5% sotto il livello di inizio 2021: è stato il peggior arretramento tra le principali economie OCSE.
Lo studio, firmato da Stefano Boscolo, Corrado Pollastri e Lorenzo Toffoli, fotografa un costante impoverimento dei lavoratori italiani.Anche secondo l’Inps, la caduta delle retribuzioni reali nel settore privato, tra il 1990 e il 2026, è stata pari al 6,6 per cento, ma nella fascia più bassa delle gerarchie aziendali si è superato il 40 per cento.
Negli ultimi 30 anni, un tempo enorme, che con i parametri di oggi, avvolge più di una generazione, stipendi e salari dei lavoratori italiani non hanno fatto altro che andare indietro, in retromarcia. L’arretramento, rispetto al 2008, prima che esplodesse la Grande Crisi finanziaria e sociale, è molto netto e i numeri non danno spazio a dubbi in materia: il potere d’acquisto degli italiani è diminuito dell’8,7 per cento. Nello stesso periodo i francesi hanno visto crescere il loro potere d’acquisto del 5 per cento e i tedeschi persino del 15 per cento. Gli italiani, in questa classifica dell’Ocse che in qualche modo calcola il benessere legato alla capacità di spesa, sono arretrati più di qualsiasi grande economia del mondo. Quindi, non è vero che l’impoverimento della popolazione, al netto delle nicchie di ricchi e super-ricchi, sia uguale dappertutto, ma in Italia è sicuramente ai livelli più alti rispetto alle società occidentali. Il fenomeno è trasversale anche sul piano geografico. L’impoverimento, collegato a salari e stipendi inchiodati da 30 anni se non diminuiti, si avverte sicuramente di più nelle aree del Centro Sud. Ma anche in quella Milano appena entrata nella classifica mondiale dove compaiono le metropoli con il maggior numero di milionari. Nel capoluogo lombardo, dove gli stipendi sono tra i più alti d’Italia con una media di 35 mila euro all’anno, ogni lavoratore dal 1990 ha perso in busta paga qualcosa come 1.000 euro. La sua ricchezza è diminuita, invece di aumentare. Nel frattempo i prezzi per acquistare o affittare una casa sono triplicati, e anche l’aumento della spesa è andato ben oltre il tasso annuo di inflazione. La perdita del potere di acquisto è stata devastante per i lavoratori italiani. E si è combinata con una caduta verticale della produttività che ha penalizzato innanzitutto le famiglie. In questo caso i fattori di decrescita sono diversi e coinvolgono anche il peso della
burocrazia o la riduzione degli investimenti produttivi, pubblici e privati. E anche un fattore decisivo che abbassa la produttività in Italia: lo scarso utilizzo delle donne sul lavoro. In Italia hannoun impiego appena 49 donne su 100 in età da lavoro, rispetto alle 71 della Germania e alle 64 della Francia. Sprechiamo un patrimonio umano e il conto lo paghiamo tutti.
Difficile calcolare la soglia di un buono stipendio in un Paese così diverso, tra Nord e Sud, in Italia. Ormai i primi livelli di stipendi a tempo indeterminato, dopo gli stage a 500 euro al mese, viaggiano attorno ai 1.200 euro al mese. Con questa cifra nelle regioni dell’Italia settentrionale sicuramente si stenta, nel centro Sud, invece, e specialmente se si somma anche un sostegno familiare, si riesce anche a cavarsela. Che non significa fare un progetto di vita. E comunque diventa essenziale il ruolo del welfare parallelo, i sette milioni di nonni che passano soldi a figli e nipoti. Secondo gli economisti e i sociologi, nelle attuali condizioni un buon stipendio in Italia per una famiglia con figli significa portare a casa qualcosa come 4mila euro al mese. Anche per pagare le rate di un mutuo e concedersi dignitose vacanze. Una cifra difficile da raggiungere anche con doppio stipendio della coppia.
Le cause di un primato che fotografa un Paese in declino sono tante, e andrebbero esaminate una per una. Dai diritti dei lavoratori sempre più deboli (una condizione nella quale diventa difficile ottenere aumenti di salari e di stipendi) all’eclissi del sindacato; dalla bassa produttività, alla totale scomparsa delle politiche dei redditi che hanno accompagnato la lunga marcia degli italiani verso le soglie del benessere. Come al solito poi riusciamo a “cavarcela”, e così il ceto medio italiano ha indossato i panni di un popolo di affittacamere (tutti cercano di mettere a reddito le proprietà immobiliari, quando ci sono) e di pizzicagnoli (ovvero l’attività economica più diffusa e capillare in tutte le regioni). Ma fino a quando reggerà questo (dis)equilibrio?
Nessuno ha la bacchetta magica per invertire questa disastrosa tendenza che impoverisce l’intero Paese, ma alcune scelte, a livello politico e sulla base di accordi tra le parti sociali, possono avere il loro effetto positivo:
Per esempio:
- Ridurre il cuneo fiscale. In Italia il costo sostenuto dall’impresa è molto più alto di ciò che il lavoratore riceve in busta paga. Nel 2024 il cuneo fiscale per un lavoratore single con salario medio era 47,1% del costo del lavoro, contro una media OCSE del 34,9%.
- Detassare gli aumenti delle retribuzioni per un certo numero di anni. In questo modo, gli aumenti dei salari e degli stipendi, che spesso sono irrisori, diventerebbero netti, a beneficio del lavoratore dipendente. E anche l’impresa avrebbe un incentivo a introdurre aumenti retributivi.
- Aumentare la produttività. Se un lavoratore produce molto più valore per ora lavorata, diventa più sostenibile pagarlo di più. Per questo servirebbero: più investimenti in tecnologia e automazione; digitalizzazione delle PMI; formazione professionale; università e ricerca più collegate alle imprese; infrastrutture migliori; meno burocrazia; giustizia civile più rapida;maggiore concorrenza nei settori protetti.
- Più contrattazione al secondo livello. L’Italia è un paese di territori e di localismi, e una contrattazione a livello nazionale, uguale per tutti, non basta. Serve rafforzare il secondo livello: quello relativo al territorio e alla singola azienda. In questo perimetro si possono prevedere aumenti delle retribuzioni (detassati) e anche premi da welfare aziendale (per esempio soldi per i dipendenti che fanno un figlio) che possono avere un buon impatto sul costo della vita. Incentivi da collegare al miglioramento della produttività.
- Il salario minimo, per quanto controverso, sicuramente può aiutare ad alzare il monte-retribuzioni, impedendo anche forme di moderna schiavitù a danno dei nuovi assunti. In Italia, a differenza di tanti altri paesi dell’Ocse, è stato introdotto il principio del “salario giusto”, ma si tratta di una misura generica quando insufficiente rispetto al salario minimo.