Così scompaiono i soldi per la sicurezza dei lavoratori

Circa la metà dei fondi per migliorare impianti e cantieri, ogni anno si perdono per strada. Con un meccanismo di assegnazione che somma un doppio spreco, tempo e soldi.

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L’Italia viaggia a un drammatico ritmo di circa 3 morti al giorno sul lavoro (per la precisione 2,77), con una statistica che ci vede tra i paesi peggiori in Europa in materia di sicurezza: 3,3 morti per ogni 100mila lavoratori, rispetto alla medie europea di 1,3 morti. Peggio di noi, secondo i dati ufficiali dell’Istituto nazionale del lavoro (Inail), fanno soltanto la Francia e la Bulgaria.

Queste statistiche, al di là dei singoli episodi, sommate ai 600mila incidenti sul lavoro denunciati all’Inail ogni anno, danno il senso dell’inadeguatezza degli impianti e dei cantieri. Da qui gli investimenti, sostenuti dal governo e dal Parlamento, per finanziarie le spese delle aziende che, per esempio, sostituiscono attrezzature vecchie e pericolose, aggiornano con la tecnologia i sistemi di protezione, mettono in sicurezza i lavoratori, anche quando svolgono, sulla carta, attività potenzialmente rischiose.

I soldi messi sul tavolo, in teoria, non sono pochi e consentono, attraverso un bando annuale, di rimborsare a fondo perduto fino al 65 per cento le spese sostenute dalle aziende per migliorare la sicurezza generale dei loro ambienti di lavoro. La regia sia per selezionare le domande sia per poi erogare i fondi, è tutta nelle mani dell’Inail. E qui si entra nel porto delle nebbie, con un meccanismo studiato su misura per sprecare tempo e soldi.

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Ogni anno l’Inail ha a disposizione un assegno di 600 milioni di euro da assegnare alle aziende. E come lo fa? Apre il bando con quasi un anno di anticipo (per esempio il processo per distribuire i soldi del 2026 è iniziato nell’autunno del 2025 e il termine ultimo per la presentazione delle domande è il mese di maggio del 2026), e poi si affida a un sistema definito dallo stessa Inail “cieco e selettivo”. In pratica, le aziende prima devono caricare sulla piattaforma gestita dall’Inail le loro richieste, con i relativi progetti per la messa in sicurezza prevista, poi soltanto le prime 6mila domande entrano nella lista finale e a quel punto si arriva alla lotteria del click day. In un solo giorno, e in pochi secondi, i soldi vengono assegnati a prescindere dalla qualità delle domande, che viene poi valutata in un secondo momento. 

La documentazione richiesta per accedere al contributo è molto complessa e dettagliata, e questo può essere comprensibile. Ma poiché tutto si gioca con la lotteria del click day le aziende vengono prese per il collo: devono pagare i consulenti esterni, specie se si tratta di imprese di piccole dimensioni, chiamati a preparare il progetto da presentare, e attendere il risultato del click day per sapere se entreranno in una fase finale di valutazione. Nel frattempo se un’impresa fa sul serio, e vuole davvero rendere più sicuri i suoi ambienti di lavoro, il progetto è comunque portato a termine, con un’anticipazione dei costi e nella speranza che vengano riconosciuti e rimborsati. 

Un meccanismo, decisamente sfavorevole specie per le piccole aziende, così tortuoso e opaco non può, alla fine, sommare il doppio spreco di soldi e tempo.Tra la domanda presentata sulla piattaforma e il rimborso realmente avvenuto passano anche anni, perché dopo il click day l’Inail distribuisce gli stanziamenti presso le sedi periferiche chiamate poi ad erogarli. A quel punto ogni progetto è esaminato nei dettagli (altro allungamento dei tempi…) e viene scartato se non ha i requisiti richiesti dalla legge. Cosa piuttosto frequente nel Paese dei furbi, quando si tratta di chiedere bonus e sovvenzioni a fondo perduto, tanto che diversi progetti vengono cancellati, nonostante che abbiamo superato le forche caudine del click day, perché si scopre che, con la scusa della sicurezza, l’imprenditore tentava di farsi pagare dallo Stato altre spese, anche di ordinaria amministrazione.

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E che cosa si aspetteresti di fronte alle bocciature del post click day? Che i bocciati vengano sostituiti dai primi classificati alle spalle delle aziende entrate grazie alla riffa del click day. E invece no: non è prevista alcuna sostituzione per evitare un ulteriore allungamento dei tempi nell’assegnazione dei fondi.

Il risultato è che al termine di questa gimkana dello spreco, una buona parte dei soldi (tra il 40 e il 50 per cento) spariscono e non vengono recuperati, come avviene, puntualmente, ogni anno. In modo ottuso la replica di questo film dell’orrore e già costata più di un miliardo di euro di soldi sprecati, stanziati e non assegnati, a danno innanzitutto dei lavoratori che non si trovano in condizioni di sicurezza e delle imprese in buona fede. Mentre, a conti fatti, a vincere non sempre sono le aziende che davvero investono nella sicurezza, ma quelle che navigano meglio nelle paludi della burocrazia italiana. E arrivederci alla roulette del prossimo anno. 

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