Filosofo, scrittore e critico d’arte, Denis Diderot può essere considerato uno dei padri dell’Illuminismo. Non aveva il dono della fede, si professava ateo a tutti gli effetti, ma nutriva un alto senso della spiritualià (da far invidia a tanti credenti…) con il quale riusciva a mettere a fuoco le azioni dell’uomo nella loro pienezza, e nelle zone d’ombra, anche quando sembrano ispirate dalle migliori intenzioni. Come appunto “fare del bene” (quante volte ci viene chiesto? E quante volte pensiamo di farlo?). Uno slancio positivo, che però ha un valore compiuto, pratico e morale, non tanto e non solo per il risultato finale raggiunto, ma anche, e forse innanzitutto, nel modo, nell’intenzione e nell’accuratezza con le quali proviamo a “fare del bene”.
Per fare del bene non bastano solidarietà e generosità, per quanto entrambe rappresentino valori importanti, da non sprecare, per alzare il proprio sguardo dall’ombelico dell’Io e uscire dal circolo vizioso del narcisismo. Conta molto l’intenzione, quella vera, più profonda, sulla quale vale anche la pena interrogarsi, se non vogliamo ridurre l’obiettivo di “fare del bene” a un gesto meccanico. Se aiutiamo qualcuno, anche soltanto attraverso una banale elemosina, o una donazione, dobbiamo sapere chi è questa persona, avvicinarci a lui o lei, conoscere qualcosa della sua storia, del suo dolore, della sua solitudine. “Fare del bene” è un gesto etico, che richiede ragionevolezza, conoscenza e coscienza, partecipazione. Altrimenti rischiamo la finzione, con l’esplicita o implicita ricerca di un modo per pulire la coscienza.
Per fare del bene, nella consapevolezza della conoscenza, di uno sguardo che raggiunge l’altro, prima ancora delle nostre mance, serve un metodo. Nessuna prova di inavisività, che di fatto è una forma di violenza, attenzione al bisogno reale che la persona esprime, e ricerca di un filo di dialogo che vada oltre il gesto materiale. Tutti noi siamo abituati a frequentare persone affini, anche sul piano dello status sociale e delle condizioni economiche, e facciamo fatica a uscire dal perimetro della comfort zone, dove siamo a nostro agio anche con gli altri, rassicurati e protetti dalle relazioni tra simili. Fare del bene in modo autentico, rompe questo schema e ci trascina, quasi spogliati, davanti alla diversità dell’uomo, a quelle distanze che ormai diamo troppo facilmente per scontate, e invece non dovremmo accettare in modo supino e indifferente.
Per fare del bene oltre che delicati, attenti, consapevoli e responsabili, bisogna essere efficaci. E ciò richiede uno impegno aggiuntivo, di metodo e di accuratezza. Pensate un attimo alla quantità di truffe e di imbrogli che si consumano attorno all’universo delle donazioni, soldi sprecati, che tanto spesso non arrivano mai a destinazione e semmai arricchischino chi lucra su questo tipo di attività. La beneficenza pelosa, effimera, fatta di cene e glamour, presenzialismo e voglia di mettersi in mostra, è l’acquario ideale dei piccoli e grandi squali del “fare del bene” però “fatto male”. Se doniamo qualcosa a qualcuno, dobbiamo sapere a chi abbiamo affidato il nostro gesto, e chi ne beneficerà. Certo: è uno sforzo in più, ma diventa indispensabile se davvero il nostro obiettivo è “fare del bene” e non “fare qualcosa tanto per farla”.
Leggi anche:
- Perché fare sempre l’elemosina
- Ingratitudine: il dolore che non ti aspetti
- La generosità è dare senza contropartite
Vuoi conoscere una selezione delle nostre notizie?
- Iscriviti alla nostra Newsletter cliccando qui;
- Siamo anche su Google News, attiva la stella per inserirci tra le fonti preferite;
- Seguici su Facebook, Instagram e Pinterest.

