L’Italia importa la quasi totalità della soia che consuma: circa il 93 per cento di quella che viene utilizzata proviene dall’esteroperché la produzione nazionale è insufficiente. Gran parte di questa soia viene usata come materia prima per mangimi animali, e in particolare polli, maiali e mucche da latte. Ma il punto critico è un altro: la stragrande maggioranza della soia che l’Italia importa è OGM, una coltivazione di fatto vietata. In pratica, da un lato si vieta la tecnica OGN per tutelare l’agricoltura tradizionale e DOP, non fare irritare le potenti associazioni dei coltivatori, non correre il rischio di contaminare i campi, assecondare la maggioranza dell’opinione pubblica decisamente contraria alle coltivazioni OGM, ma allo stesso tempo, dal Brasile, dagli Stati Uniti e dal Canada, arriva la soia coltivata OGM alla quale non possiamo rinunciare per sostenere l’intero settore zootecnico.
I veri vincitori di questa “ipocrisia funzionale” (così viene definita la contraddizione nel mondo agricolo) sono i colossi multinazionali che:
- vendono semi OGM
- vendono erbicidi associati
- controllano logistica e trading globale
E un vantaggio relativo lo ricevono i produttori di carne, in quanto la soia OGM costa meno, e permette di tenere alti i margini di guadagno di carne, latte e formaggi.
Lo stesso discorso riguarda il mais OGM, coltivato soprattutto in USA, Argentina, Brasile e usato quasi esclusivamente nei mangimi animali.
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