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Scienza. Aprile torrido, ma il riscaldamento globale non c’entra

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"Aprile, dolce dormire" si diceva una volta, prima che inventassero i condizionatori d’aria. Dormire era dolce perché il gran freddo era già passato, il gran caldo doveva ancora venire e c’era una bella arietta primaverile che invitava a far niente. "C’era", appunto, perché quest’anno fa un caldo da luglio inoltrato, con temperature che toccano i 30 gradi. I meteorologi spiegano che si tratta di un effetto dell’anticipato arrivo dell’anticiclone subtropicale africano. Gli anticicloni sono zone di alta pressione che si determinano in certi periodi dell’anno e che modificano l’andamento dei venti, provocando variazioni climatiche. L’anticiclone africano staziona in genere permanentemente sopra il Sahara (dove la temperatura dell’aria è più calda perché le sabbie riflettono i raggi del sole), ma in determinate condizioni può estendersi o restringersi, provocando effetti diversi sull’area del Mediterraneo. Altri anticicloni che influenzano l’Italia sono quello delle Azzorre (provoca temporali estivi) e quello scandinavo ("nebbie in Val Padana"). Ma ce ne sono altri. Se questi fenomeni avessero un andamento sempre eguale, la meteorologia sarebbe una scienza esatta come l’aritmetica. Il problema è che l’atmosfera terrestre è sede di un numero enorme di eventi estremamente complessi, che si influenzano l’un altro e per di più sono soggetti a variazioni in base a fattori non del tutto prevedibili né ben compresi. Uno dei motivi che hanno spinto a creare i supercomputer in grado di elaborare miliardi di operazioni al secondo, è proprio l’avere a disposizione uno strumento in grado di fare rapidamente l’immensa mole di calcoli necessaria per definire un modello meteorologico efficace. Non ci siamo ancora riusciti. C’è chi si è affrettato ad affermare che il gran caldo di questi giorni è un effetto del riscaldamento globale, dovuto all’inquinamento. Non ce ne sono prove. Variazioni climatiche anche più sensibili si sono riscontrate altre volte nei due secoli e mezzo circa in cui si tengono registrazioni sistematiche delle temperature. Il globo ha subìto, per fattori che sono ancora oggetto di discussione fra gli scienziati, periodi di variazione climatica assai estremi. All’epoca di Shakespeare (tra fine Cinquecento ed inizio Seicento), per esempio, la temperatura media delle isole britanniche era più bassa di quella odierna: il Tamigi d’inverno gelava completamente e a Londra si tenevano festival del ghiaccio sulla sua superficie divenuta solida. Oggi non succede più. Le variazioni climatiche fondamentali non si giudicano in base a periodi di qualche anno o di qualche decennio: sono fenomeni che si sviluppano nell’arco di millenni. Più volte, nel passato, la Terra ha vissuto ere glaciali, con la calotta polare che arrivava, al nord, sotto la latitudine delle Alpi. Il motivo di queste variazioni non è noto, né si sa con certezza che il riscaldamento tendenziale riscontrato negli ultimi duecent’anni, da quando è cominciata la civiltà industriale, sia davvero frutto dell’attività antropica, ovvero dei gas immessi dall’uomo nell’atmosfera. Al riguardo, gli scienziati sono divisi, ma la maggior parte ritiene che in realtà siamo di fronte a una variazione climatica naturale, alla quale l’uomo contribuisce in misura infinitesima. Per la cronaca, questo pezzo nel corso della mia vita l’ho scritto decine di volte, ovvero ogni volta che in qualche modo c’era un inverno più freddo (o più caldo) del precedente, o un’estate più calda (o più fredda) della precedente. Questo per dire che le anomalie stagionali sono talmente comuni che non possono neppure essere giudicate anomalie. Ci sembrano tali perché delle stagioni abbiamo in genere memoria corta: chi si ricorda come sono state le primavere (o le estati, gli autunni, gli inverni) degli anni scorsi? Per tornare ai vecchi adagi, il mondo è bello perché è vario, e il suo clima è la cosa che varia più di tutte. Teniamocelo com’è, stando attenti (non si sa mai) a turbarlo più di quanto sia opportuno. Copyright TM News(c) 2011