Rondine, cittadella della pace e del dialogo

In Toscana la pace non è una parola vuota. Ma un metodo praticato da giovani che arrivano da paesi in guerra.

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Naomi, giovane israeliana, e Ibrahim, giovane palestinese, sono arrivati a Rondine sentendosi due nemici secondo le logiche dei loro contesti, e nel nome del conflitto che ormai da decenni infiamma il Medio Oriente. All’inizio non si parlavano quasi. Non perché ci fosse un conflitto personale, ma perché tra loro c’era tutto il peso delle storie che rappresentavano: paura, dolore, diffidenza. Naomi, cresciuta con il ricordo costante degli attentati e dell’allerta, aveva imparato a vedere l’altro lato come una minaccia. Ibrahim, cresciuto tra checkpoint e restrizioni, vedeva l’altro lato come una presenza opprimente e ingiusta. Ma a Rondine, a forza incontrarsi e di parlarsi, avviene qualcosa di veramente nuovo: Ibrahim dice che per la prima volta ha parlato con una israeliana senza sentirsi sotto giudizio e Naomi racconta che, anche lei per la prima volta, ha ascoltato un palestinese senza vederlo attraverso le notizie o le paure. Non sono diventati amici, ma certo sono due persone che hanno scoperto, in modo diretto, il valore del dialogo.

Nel mondo ci sono 59 conflitti, che coinvolgono 192 paesi: uno scenario da Terza Guerra Mondiale “a pezzi”, come l’aveva definita Papa Francesco. E in Italia, dove le iniziative per contribuire alla fine dei conflitti sono sempre state molto diffuse, c’è un piccolo borgo in Toscana, Rondine, chiamato “la cittadella della pace”, dove la parola pace non ha perso il suo valore.

Qui arrivano giovani di Paesi in conflitto per vivere  insieme per un periodo di formazione. L’idea è semplice ma radicale:

  • mettere insieme persone che potrebbero essere “nemici” nei loro contesti d’origine
  • farle convivere nella vita quotidiana
  • accompagnarle con formazione, studio e mediazione dei conflitti
  • trasformare l’esperienza personale del conflitto in competenza di dialogo.

Molti giovani, come Naomi e Ibrahim, tornano nei propri Paesi e diventano mediatori, insegnanti, attivisti o operatori sociali e portano una cosa nuova: l’esperienza concreta che l’altro non è solo un nemico ereditato, ma una persona incontrata, con la quale si può anche discutere pacificamente.

Fonte immagine di copertina: Fondazione Rondine

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