In Italia li usiamo anche per curarci, mentre in Cina gli asini sono le vittime di una vera strage silenziosa. Vengono uccisi e scuoiati per ricavare dalla loro pelle l’ejiao, uno degli ingredienti più usati dalla medicina popolare cinese. I medici cinesi sono convinti che grazie alle pelle dell’asino si possano fare delle cure terapeutiche per migliorare la circolazione del sangue, e curare mal di testa, vertigini, insonnia, tosse. Tutte cose che non hanno avuto alcuna conferma sul piano scientifico come la tesi in base alla quale l’ejiao rallenti l’invecchiamento delle cellule.
In realtà, nella medicina tradizionale cinese (Traditional Chinese Medicine) esiste un rimedio chiamato ejiao, una gelatina ottenuta facendo bollire la pelle di asino. È usata da secoli nella per varie indicazioni tradizionali. Come per esempio:
- anemia
- stanchezza cronica
- pallore, debolezza
- mal di testa
- vertigini
- tosse
- insonnia
- sanguinamenti uterini
- mestruazioni abbondanti
- epistassi (sangue dal naso)
- sangue nelle feci o urine (secondo la classificazione TCM)
Così, in totale assenza di conferme scientifiche, la domanda di pelle di asini in Cina è esplosa e il fabbisogno annuale è salito a cinque milioni di animali all’anno.
Gli asini scuoiati sono entrati a far parte delle sostanze usate non solo dalla medicina, ma anche dalla cosmetica cinese. E una spinta a questo consumo è arrivata in seguito alle serie televisive nelle quali le donne fanno ricorso all’ejiao. Dei cinque milioni di asini che servono, due arrivano dal mercato interno, mentre gli altri sono forniti da pesi poveri, innanzitutto africani. Nigeria, Mali, Sudafrica, Tanzania, Lesotho. Qui esiste un vero mercato nero basato sul massacro degli asini, che nessuno sembra intenzionato a fermare, Nonostante denunce molto circostanziate, come quelle fatte dalla Ong britannica The Donkey Sanctuary. Tra l’altro, in questo modo si privano gli africani della possibilità dell’onoterapia, molto diffusa nel mondo occidentale , e di un mezzo di trasporto e di aiuto nei valori agricoli.
Le immagini sono tratte dalla pagina Facebook della Ong The Donkey Sanctuary
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