Perché il car sharing in Italia sta fallendo

Un modello diventato insostenibile per le aziende. Anche per il vandalismo dei potenziali utenti e la scarsa collaborazione delle amministrazioni comunali

Car sharing
Zity, Share’ngo, BlueTorino: sono soltanto alcuni dei nomi degli operatori che si sono ritirati dal mercato italiano, segno evidente del fallimento in atto del modello del car sharing, che pure veniva considerato un asse portante della mobilità sostenibile. Altri marchi, come Enjoy, del gruppo Eni, hanno annunciato  il passaggio al modello station-based in città come Milano, Roma e Torino. Le auto possono essere prelevate e riconsegnate solo in punti dedicati, come le stazioni di servizio Enilive o parcheggi specifici.
Gli ultimi dati disponibili dicono che nel 2024 i noleggi di car sharing in Italia sono scesi a circa 4,2 milioni, contro i 5 milioni registrati nel 2023, e questa tendenza al ribasso è proseguita nel 2025, nonostante la domanda teorica degli utenti rimanga elevata.
Ma perché il car sharing in Italia rischia il fallimento, mentre continua a crescere in altri paesi europei come la Germania, la Francia e la Spagna? Vediamo le cause più importanti.

Costi operativi elevati

Le aziende di car sharing in italia hanno investito poco per abbattere i costi e hanno ricevuto anche scarsa collaborazione dalle amministrazioni comunali. Risultato:
  • La gestione di flotte di auto comporta costi notevoli: acquisto o leasing dei veicoli, assicurazione, manutenzione, carburante o ricarica per veicoli elettrici.
  • In alcune città italiane, il parcheggio e la gestione delle aree dedicate alle auto condivise è costoso o complicato dalle normative locali.

Vandalismo e degrado

Molti operatori, tra cui tutti quelli che hanno lasciato l’Italia, hanno citato il vandalismo come una delle cause principali dell’abbandono delle città. I veicoli vengono spesso danneggiati o sporcati, richiedendo continui interventi di ripristino.

Fenomeni di malcostume

Oltre al vandalismo diretto (rottura di vetri, carrozzeria danneggiata, interni sporcati), le aziende segnalano altri comportamenti critici:
  • Abbandono selvaggio: veicoli lasciati in aree vietate, sui marciapiedi o in zone ad alto scorrimento, che aumentano il rischio di danni accidentali e sanzioni per gli operatori.
  • Targhe clonate e truffe: sono stati registrati casi di arresti per la clonazione di targhe di auto del car sharing, utilizzate per commettere reati o eludere i controlli.
  • Furti di componenti: un fenomeno crescente riguarda il furto di parti specifiche del veicolo, che rende l’auto inutilizzabile per giorni.

Concorrenza con altri mezzi di trasporto

Il car sharing dell’auto in Italia ha perso appeal.
  • Gli italiani spesso preferiscono mezzi pubblici come autobus, metro e treni regionali, più economici per spostamenti quotidiani.
  • La micromobilità (monopattini e biciclette elettriche) sta diventando un’alternativa più pratica per brevi tragitti urbani.

 Abitudini culturali e resistenza al cambiamento

Gli italiani continuano ad avere troppe auto, e di proprietà, mentre sono poco disponibili alla condivisione.
  • Molti utenti italiani sono legati all’auto di proprietà, considerata simbolo di libertà e comodità.
  • La mentalità di “condividere” un’auto, soprattutto con sconosciuti, non è ancora pienamente diffusa, a differenza di altri paesi europei come Germania o Francia.

Problemi tecnologici e di usabilità

Anche in questo caso l’innovazione sia delle aziende del car sharing sia delle pubbliche amministrazione procede troppo a rilento.
  • App poco intuitive o sistemi di prenotazione complicati possono scoraggiare nuovi utenti.
  • La disponibilità di veicoli in alcune aree è limitata, creando frustrazione tra gli utenti.

 Economia e prezzi del carburante

  • L’aumento dei costi del carburante incide direttamente sui costi del servizio e sul prezzo finale per gli utenti.
  • La crisi economica generale spinge le persone a ridurre spese considerate “non essenziali”, come il car sharing occasionale.

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